Quei “vasi di dannazione”


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Left n.6 dell'11 febbraio 2011A colloquio con la studiosa dell’Età moderna Gabriella Zarri
di Ilaria Bonaccorsi

Di donne si è occupata per tutta la vita. Indimenticabili i suoi saggi più famosi: Le sante vive. Cultura e religiosità femminile nella prima età moderna, La memoria di lei. Storia delle donne e storia di genere e Recinti. Donne, clausura e matrimonio nella prima età moderna. A lei abbiamo chiesto se coglie degli elementi di novità in tutto quello che sta accadendo alle donne o è storia vecchia. «No, io penso che questo sia qualcosa di più profondo perché si accompagna a un contesto culturale sempre più legato all’immagine. Un’immagine comunicata attraverso i media, mezzi “fortemente” educativi, nel senso che comunicano dei comportamenti e che hanno un’estensione e una forza di propulsione molto maggiore del passato. Peraltro la bellezza una volta, penso in particolare al Rinascimento, era accompagnata anche da un interesse culturale che oggi non vedo. Nel ’500 c’erano le “cortigiane oneste”. Di loro si hanno lettere, poesie…».

Più volte le ho sentito dire che le ragioni più profonde del ruolo della donna nel mondo occidentale vanno cercate nel campo religioso. Ci vuole spiegare?
Certamente nel passato una delle “vie di affermazione”, chiamiamole così, delle donne è stato l’aspetto religioso. Tra Medioevo ed Età moderna il fenomeno mistico, che si esprimeva nell’attività visionaria e profetica, elevava la donna a un ruolo pubblico, direi quasi politico. Uno degli aspetti del passato che mi sembra più vicino alla cultura di oggi è il fenomeno del controllo sul corpo. Il tipo cateriniano della donna che si macera, che digiuna, divenne un modello per tutte le donne dell’Età moderna sino al ’600 inoltrato. Queste mistiche avevano come aspirazione il controllo del loro corpo attraverso l’ascesi, il digiuno e la penitenza. Producevano consenso sociale e traevano da ciò vantaggi personali. Per questi aspetti e per molti altri credo che nel passato la religione abbia rappresentato un motore di emancipazione della donna, anche se so che in molti non condividono il mio pensiero.

In Recinti lei sostiene che il nubilato legittimi un nuovo stato delle donne, per secoli concepite solo come “sponsae Christi” o spose degli uomini.
Io penso che questo sia vero, almeno in parte. Il rito di consacrazione delle vergini precede quello dei maschi, quindi probabilmente questa tendenza a sottrarsi alla vita matrimoniale c’era fin dal primo cristianesimo. Nel corso del ’500 e del ’600 questa proposta fu incarnata dalle Orsoline ma poi da tante altre donne che sulla scia di queste decisero di non sposarsi, di sottrarsi a una condizione binaria, obbligata. A me pare che questo sia un elemento di rottura e di legittimazione della loro scelta di vita.

L’immagine della donna come abisso di male è un dono della religione cristiana?
Io penso che si debba cercare prima ancora, nella filosofia greca, in particolare in quella platonica. E anche nel contesto giudaico, dove certamente non esiste il concetto di rinuncia alla maternità per motivi religiosi, e i Proverbi trasmettono un’immagine decisamente negativa della donna. Comunque io penso che il dualismo, il disprezzo del corpo e quindi della donna come “vaso di dannazione” e “abisso del male”, che viene ereditato dai Padri della Chiesa, sia un portato della cultura greca, soprattutto platonica. Anche nel Rinascimento la ripresa del platonismo ha accentuato quest’aspetto del dualismo e della concezione negativa della donna. La caccia alle streghe si codifica proprio in concomitanza con la ripresa del platonismo.

Il controllo sociale esercitato sulle donne nel Tardo-medievo e nella prima Età moderna si esprimeva prima di tutto come controllo sul corpo – reclusione, isolamento – dunque la centralità del corpo non è una novità. Perché?

Nella civiltà mediterranea patriarcale e patrilineare come sistema ereditario la donna è parte integrante della famiglia e costituisce un valore che assume rilevanza negli scambi matrimoniali. L’integrità fisica della donna è condizione del suo valore e dell’onore familiare, perciò il controllo del corpo assume un rilievo sempre maggiore in questo periodo storico. La donna deve dunque essere “custodita”, cioè rinchiusa, o nelle pareti domestiche sotto il controllo del padre o in un monastero o, in mancanza di genitori, in un “conservatorio”, cioè in un istituto che ha per scopo la “conserva” dell’onore. L’integrità fisica è condizione richiesta in funzione di un buon matrimonio ma il controllo del corpo non cessa con il matrimonio in quanto la fedeltà coniugale è condizione necessaria per la garanzia della legittimità della prole. I beni familiari vengono infatti trasmessi ai figli legittimi. E questa concezione della famiglia e della donna, propria della condizione nobiliare e borghese, si estende anche ai ceti più bassi, dove però il controllo del corpo è meno istituzionalizzato.

Per secoli il matrimonio fu il “recinto” privilegiato per il controllo delle donne, ci spiega la sua evoluzione da contratto medievale a rito sacro in epoca moderna?
Io resto dell’idea che la condanna del matrimonio clandestino e quindi la nuova procedura matrimoniale che avviene con il Concilio di Trento sia in gran parte dovuto alla riorganizzazione degli Stati moderni. Dal ’500 lo Stato si riorganizza e si fonda sempre di più su un’aristocrazia che richiede la certezza della legittimità dei figli per motivi di trasmissione ereditaria, patrimoniale. In virtù della concezione della famiglia patrilineare e patriarcale che vige negli Stati europei, la legittimità del figlio e la condanna dei matrimoni clandestini e tra persone di ceti diversi o inferiori porta con sé la determinazione di un controllo sul matrimonio che prima era meno impellente.

Mi scusi, ma la condizione di moglie non ha prodotto e indotto per secoli l’accettazione di un rigido confinamento sociale della donna?

Certamente è stato un condizionamento pesantissimo. Proprio ieri leggevo un libro di Silvana Raffaele che ha studiato in modo particolare il ruolo dei cadetti, cioè i figli che non ereditavano, sia maschi che femmine. I maschi avevano più di una destinazione mentre le donne avevano quasi esclusivamente quella religiosa e il matrimonio. La studiosa ha trovato delle richieste di annullamento dei voti, in quasi duecento anni, 50 in tutto. Non molte, a dimostrazione che la costrizione della famiglia era fortissima. Molto spesso gli annullamenti vengono richiesti solo alla morte del padre. Cioè lì si vede proprio un complotto, una conventio ad excludendum, non solo del padre che vuol lasciar tutto al primogenito ma anche della matrigna, del fratello, delle stesse sorelle. Dagli ultimi studi sul matrimonio (è uscito ora il libro di Marco Cavina, Nozze di sangue, nel quale si analizza la vita coniugale nel Cinque-Settecento) ne viene fuori un quadro di violenza forte.

Da padri e fratelli che costruiscono spazi controllati, gabbie dove rinchiudere figlie e sorelle, a padri e fratelli che spingono le loro care nelle braccia di vecchi uomini in cambio di denaro e presunto successo. L’ha colpita?
Sì, mi ha colpito molto. Una considerazione possibile è che i grandi veicoli di messaggi culturali e di idealità, come la scuola e la famiglia, sono da molti anni non solo in transizione ma in sofferenza. E tutto questo ha lasciato uno spazio eccessivo a quello che è diventato il media per eccellenza, la televisione, che ha prodotto una cultura dell’immagine.

Un pregio e un difetto del movimento femminista?
È stato molto importante dal punto di vista politico, non tanto per la liberazione “sessuale” delle donne quanto per la rivendicazione e l’espansione dei loro diritti. Credo però che si sia enfatizzato troppo il discorso del corpo, nel senso del possesso del proprio corpo. Io penso che nessuno di noi abbia il possesso di niente, se non in relazione con gli altri. Affermare che la gestione dal punto di vista sessuale è solo della donna per me è sbagliato. Non ha senso dire “fare sesso”, non ha senso distinguerlo dal rapporto con l’altro. Questo secondo me è stato un errore del femminismo. E un’altra cosa che depreco nel movimento delle donne è quello di non prendere posizione su alcune cose per timore di essere accusate di moralismo, come accade in questi giorni con l’appello lanciato dalla De Gregorio che io ho sottoscritto.

Ha senso andare in piazza?
Purtroppo vedo che la nostra politica è legata a riti antichi, anche se i giovani hanno mostrato una creatività vivace nelle loro manifestazioni. Andare in piazza fa più bene a chi partecipa ma da un punto di vista politico non ha un gran valore e può diventare compromettente. Il problema reale sarebbe invece che i partiti dell’opposizione preparassero di nuovo le donne alla politica, e soprattutto le mettessero in campo. Sono stati recisi i canali tradizionali della preparazione alla politica, all’associazionismo. C’è un individualismo che impedisce la compartecipazione e un serio lavoro di riflessione, dopo di che non dobbiamo meravigliarci se arriva il padre padrone che mette in squadra e paga. Bisogna saper formare una classe dirigente.

11 febbraio 2011

 

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