In Italia non c’è più nessuno


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Left n.3 del 21 gennaio 2011Cesare Romiti: Il nostro capitalismo è alla deriva. Oggi non vedo imprenditori coraggiosi né banchieri importanti
di Ilaria Bonaccorsi Gardini

All’opinione di Sergio Marchionne che la lotta di classe era finita, è stato lui a replicare: «La contrapposizione ci sarà sempre ed è un bene che ci sia». Adesso che a Mirafiori il sì ha vinto ma di stretta misura, Cesare Romiti ragiona sul capitalismo italiano, sulla globalizzazione, sul rapporto fra imprenditori e lavoratori: «Secondo me dividere il sindacato è un errore grave». Al vertice della Fiat per 25 anni, dal ’74 al ’98, attualmente presidente d’onore di Rcs-Mediagroup e presidente della Fondazione Italia-Cina, Cesare Romiti è stato il più potente manager italiano. Nella sua lunga carriera ha vissuto tutte le vicende della finanza italiana e ha incontrato (ma spesso più che incontri sono stati scontri) tutti i protagonisti. Con due, in particolare, ha vissuto fianco a fianco: Gianni Agnelli naturalmente ed Enrico Cuccia.

È vero che sta scrivendo un nuovo libro, la sua Storia segreta del capitalismo italiano? Ce ne vuole parlare?
Naturalmente le domande che mi sono state fatte, perché dovrebbe trattarsi di un libro intervista, riguardano un po’ tutta la storia del capitalismo italiano e quindi riguardano le persone. Alla mia età, anche se avessi voluto, non potrei non dire quello che penso liberamente e ne verrebbe fuori un libro un po’ cattivo. Questa settimana riflettevo se questo è il modo migliore di rappresentare la mia epoca che è stata molto lunga, o se invece non sarebbe meglio lasciare ai giovani qualcosa di diverso, non solo il racconto del malaffare di molta gente che ha lavorato nel mondo dell’economia, della finanza e dell’industria ma anche di quelli che hanno fatto tanto per il nostro Paese.

Ci racconta come, dal 1980 a oggi, si è trasformato il capitalismo italiano? In mezzo ci sono Tangentopoli, le privatizzazioni, l’arrivo di nuovi capitalisti come Geronzi (ex Mediobanca, attualmente in Generali), Colaninno e Trochetti Provera. Per arrivare agli immobiliaristi di oggi, tipo Ligresti e Caltagirone. E poi, ovviamente, Silvio Berlusconi e Sergio Marchionne. A lei, che più volte è stato definito “uno del salotto buono di Cuccia” come le sembrano questi nuovi protagonisti?
Il capitalismo italiano si è decisamente trasformato. Io ho vissuto a fianco di due persone come Gianni Agnelli ed Enrico Cuccia. Agnelli era un uomo di grandi visioni, non avrebbe gestito un’azienda e lasciato gestire a me la Fiat per 25 anni, avevo la sua piena fiducia. Cuccia invece era un uomo che operava per il bene del capitalismo italiano. Un capitalismo che nel dopoguerra era decisamente povero di capitali ma ricchissimo di uomini eccezionali. Parlo nel campo dell’industria, delle banche e delle attività economiche in generale. Cuccia ha aiutato questi uomini a crescere e a mettere insieme le cose che non andavano. La sua è stata un’opera titanica anche perché non ha mai aderito ad alcun partito, lui era uno che con la politica non aveva molti rapporti però se ne serviva. A mio avviso se l’industria italiana è diventata quello che è diventata, prima di questi ultimi anni, lo si deve a Cuccia.

Visto da fuori, sembra che il capitalismo italiano negli ultimi quindici anni sia stato preda di un’immoralità addirittura distruttiva per il capitalismo stesso. A cosa attribuisce questa deriva? È il solito nostro “capitalismo straccione” portato all’eccesso e doppiato da una politica altrettanto stracciona oppure c’è qualcosa di più profondo?
Concordo con la deriva e ripeto: dopo la fine della guerra, c’erano tantissimi uomini bravi, pochi capitali e piccole e medie imprese. Ricordo un episodio: Enrico Mattei, che aveva partecipato alla lotta partigiana, fu nominato dal governo di allora commissario dell’Agip, l’azienda italiana che vendeva lubrificanti, benzine e che il governo voleva chiudere (non aveva grandi prospettive). Lui invece intuì che la questione del petrolio era importantissima e che il futuro avrebbe riservato delle grandi soddisfazioni a chi se ne fosse occupato. Ma non avendo soldi, andò a trovare il presidente della Banca commerciale italiana, una delle banche italiane più importanti e che allora aveva un presidente mitico, Raffaele Mattioli. Stette un’ora e mezzo da lui e gli espose il suo progetto chiedendogli per realizzarlo un miliardo di lire. Mattioli lo ascoltò, rivolse poche domande a Mattei e poi gli disse: «Lei avrà il miliardo». Questo per ricordare che il mondo di allora era un mondo in cui il banchiere valutava l’uomo che aveva in mente il progetto. Il banchiere dell’epoca aveva la possibilità di finanziare sulla fiducia l’uomo e il progetto. Dall’Agip è poi nato il colosso Eni. Ora non ci sono più gli imprenditori che hanno il coraggio di fare e non ci sono più banchieri importanti come allora. Oggi le banche sono piene di avvocati e vuote di uomini abituati a lavorare sul territorio, a capire le potenzialità delle persone e ad andare avanti. Queste due cose hanno concorso all’abbassamento della capacità imprenditoriale nel nostro Paese. Poi naturalmente è successo che si sono mischiati anche malaffare e cattive gestioni. Non voglio parlare di me, però per esempio in 25 anni non sa quante volte Gianni Agnelli mi ha detto: «Perché non prende delle azioni Fiat?». Io ho sempre detto no. Volevo essere libero di prendere le decisioni senza sentirmi in alcun modo condizionato dal fatto che una o l’altra scelta poteva procurarmi un utile o una perdita. Io in 25 anni non ho voluto e non ho mai avuto niente. Ecco, secondo me, questa voglia di voler premiare a tutti i costi coloro i quali si occupano di aziende, soprattutto nel breve periodo, ha prodotto un grave sconquasso.

Cosa ha rappresentato Mani pulite?

Mani pulite è stato un attacco della magistratura soprattutto contro la politica. Non si potevano fare cose se la politica non ti dava permessi. E in cambio di questi, la politica voleva dei compensi. Ed era una forma di corruzione. Secondo me allora i magistrati sbagliarono perché invece di concentrarsi sulla corruzione avrebbero dovuto incolpare la politica di concussione, perché è vero che qualche imprenditore tentava di corrompere ma erano, nella stragrande maggioranza, i politici che “chiedevano” agli imprenditori. Un costume che prese sempre più piede e se allora, quando è venuta fuori Tangentopoli, ci si fosse concentrati maggiormente sulla concussione oggi, secondo me, staremmo molto meglio. Bisognava colpire lì. Comunque quella corruzione/concussione che Tangentopoli ha distrutto si è ricreata subito dopo in forme diverse. Oggi, la mia opinione è che c’è molto più malaffare di allora. In tutte le maniere e forme, e non penso solo alle grandi aree della criminalità organizzata della mafia e della ’ndrangheta, quelli addirittura sono fenomeni apocalittici a cui la politica ha consentito o almeno non ha impedito di crescere, tanto che oggi hanno travalicato i confini tradizionali del Sud Italia per penetrare in tutto il resto del Paese. Io penso al malaffare comune. Si dice che in Italia l’evasione fiscale sia enorme e che se anche solo la metà di questa fosse recuperata, il Paese si troverebbe in condizioni migliori. Ed è giusto. Ma qual è il punto principale? L’evasione fiscale è quella grande ma è anche quella piccola, quotidiana. Quella di quando chiamiamo l’idraulico e non gli chiediamo la fattura con l’Iva. Anche questa evasione è enorme perché si trasforma in costume, in abitudine. Quando esponenti di questo governo dicono «non si devono pagare le tasse» fanno una cosa grave perché si perde completamente il concetto, per esempio ribadito dallo scomparso Padoa Schioppa, che «pagare le tasse è bello» perché si trasformano in servizi. Ognuno di noi, quando fa del bene, si sente meglio ma pagare le tasse viene comunque percepito come un furto dalle tasche degli italiani. Perché questo? Perché le tasse dovrebbero servire a chi gestisce il Paese per amministrarlo bene ma questo non avviene. La conseguenza è la perdita di quel valore.

Sempre meno impresa, sempre più finanza in Italia e nel mondo. Le piace?
No, non mi piace. Io sono il presidente della fondazione Italia-Cina, vado spessissimo in Cina e osservo il modo che hanno di ragionare. Il loro è un capitalismo diverso in cui lo Stato è ancora molto presente e devo dire che di questi tempi mi viene spesso il dubbio che da noi lo Stato sia stato allontanato troppo da certe sue funzioni. Io sono ovviamente a favore delle liberalizzazioni, vanno fatte e vanno fatte bene. Mi sembra però che la Cina stia dimostrando la sua capacità di costruire un’economia di mercato in cui lo Stato continua ad avere un’importanza notevole. E quello che mi fa più effetto in quel Paese è la rapidità con cui fanno, eseguono, costruiscono. Pechino e Shanghai si sono trasformate in pochissimi anni, oggi hanno un’edilizia più bella di New York e di Los Angeles. E la situazione è la stessa in tutte le città della Cina.

Tolta l’eccellenza della moda e in particolare del lusso (che non può trainare da sola l’economia di un Paese), la produttività e la competitività del nostro sistema industriale, e quindi della crescita, sono ferme al palo. Consigli da dare? Quali elementi secondo lei possono far tornare il nostro Paese competitivo?
In Italia abbiamo una ricchezza enorme e non ce ne rendiamo conto. Noi abbiamo la piccola impresa, credo che sia noto che in Confindustria su poco più di 100mila imprese associate, oltre il 95 per cento sono piccole imprese. Ma quei piccoli imprenditori che le hanno fondate in realtà sono degli artisti. Pensate a quelli che sanno lavorare il legno, il ferro, la lana, la seta: ce li invidia tutto il mondo. Allora, una politica che avesse portato alla valorizzazione di queste capacità artigianali, chiamiamole artistiche, degli italiani avrebbe prodotto un beneficio enorme. Ci sono due punti fondamentali, a mio avviso, in Italia: il primo è sicuramente di ritrovare una morale che non esiste più proprio nel mondo degli affari, e intendo nel mondo dell’industria, delle banche, dei servizi. Ricondursi a quella realtà, per esempio di quando io ero giovanissimo e vivevo a Milano. Era perfettamente normale che due industriali si incontrassero, discutessero, litigassero anche. Ma poi dopo mezz’ora si stringevano la mano e portavano avanti l’operazione. Oggi ci sono stuoli di avvocati, si pensi a cosa si deve fare solo per aprire un semplice conto corrente in banca. Moduli incomprensibili, migliaia di firme. Tutto col fine di cautelare, così a forza di cautelare abbiamo creato eserciti immobili. Bisognerebbe invece aiutare le imprese a fare diversamente. Il secondo punto è avvalersi della nostra ricchezza. Noi abbiamo perso la grande industria. Già ne avevamo poca e ora la abbiamo persa tutta, allora avvaliamoci di ciò che abbiamo. Facciamo crescere le piccole e medie aziende che ci sono. E che sono portatrici di innovazione e creatività.

La globalizzazione è da molti sventolata come la causa di ogni male. Che ne pensa?

La globalizzazione non è la causa di ogni male. È solo stata regolamentata male, anzi non è stata regolamentata affatto producendo notevoli difficoltà ma è un fenomeno inarrestabile.

Perché “globalizzazione” è divenuto sinonimo di diminuzione dei diritti per i lavoratori?
Non è così, la globalizzazione mette sullo stesso piano tutte le aziende del mondo. Bisognerebbe quindi che anche le “ragioni” dei lavoratori fossero trattate egualmente nel mondo per semplici motivi di simmetria.

È inevitabile un commento sull’esito del referendum di Mirafiori, una vittoria di misura. Che differenza passa tra lo scontro del 1980 di cui lei fu protagonista, e quello di oggi con Marchionne al vertice della Fiat. Cos’è cambiato da allora nei sindacati, nella politica, nel management?
La differenza è abissale. Io ho avuto delle dispute enormi con il sindacato, come si ricorderà. Nel ’74, quando ero alla Fiat, il sindacato aveva una preponderanza colossale. E allora come capi aveva persone che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti, persone che avevano un grandissimo valore, con le quali gli scontri, anche miei personali, erano frequentissimi. Io però anche nei momenti più caldi, appunto alla fine degli anni Settanta e poi nell’Ottanta con la marcia dei 40mila, ho sempre parlato con tutti quanti. Non ho mai cercato di dividere il sindacato. A parte che loro non me lo avrebbero consentito, non ho mai detto «con te parlo, con te no. Tu sei bravo, quell’altro non è bravo». Secondo me è un errore grave quello di dividere il sindacato, anche perché il sindacato escluso poi nella fabbrica ti crea una valanga di problemi. Il primo punto è questo e il secondo è che nella Fiat della marcia dei 40mila si svolgeva una lotta ciclopica – a parte le uccisioni, i morti che noi abbiamo avuto perché parte del sindacato si mischiò con le Brigate rosse – però c’era la voglia forte di salvare l’azienda, di difenderla. Oggi quest’amore lo abbiamo fatto perdere, anche nei dipendenti. La questione è diventata semplicemente lavorare per guadagnare. Non si è più in grado di rendere il dipendente orgoglioso di lavorare per quell’azienda. Nelle piccole aziende l’orgoglio c’è ma ci può essere anche nelle grandi. Guardate la Germania, in questi giorni sta annunciando di aver quasi raggiunto la piena occupazione. Noi nei prossimi mesi avremo milioni di disoccupati e quando parliamo di milioni di disoccupati parliamo di milioni di famiglie di disoccupati. È spaventoso.

Lei si è espresso con estrema parsimonia sulla figura di Marchionne.

Non le rispondo. Per ovvie ragioni di eleganza non si parla mai di chi è succeduto negli incarichi che hai ricoperto.

Confindustria senza Fiat, che scenario si apre? Ha ancora senso?
No, per me non ha senso ma non voglio parlare di queste cose.

Trova che sia pericoloso il vizio tutto italiano del familismo nell’imprenditoria?
No, è un male se è fatto unicamente seguendo dei criteri familiari. Se poi nelle famiglie crescono figli e nipoti con amore e capacità, allora non lo è.

Lei è favorevole al nucleare?

Sì, noi come famiglia siamo molto impegnati nelle rinnovabili però questo Paese ha un ritardo enorme e ritengo che sia inevitabile per il momento ricorrere al nucleare. Non credo ci sia più neanche il problema della sicurezza ma purtroppo continuiamo a perdere tempo.

21 gennaio 2011

 

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