Il Cile vuole far luce sulle morti di Allende e Frei


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di Raffaele Nocera
RUBRICA NUESTRA AMÉRICA. Il presidente socialista forse non si è suicidato ma è stato ucciso. Il capo di Stato democristiano potrebbe essere stato avvelenato. Le indagini sono un modo per fare i conti col proprio passato. A marzo arriva Obama.

È di un paio di settimane fa la notizia che a distanza di quasi quarant’anni la giustizia cilena ha deciso di vederci chiaro sulla morte di Salvador Allende. La sorte del leader di Unidad Popular è, infatti, ancora avvolta nel mistero.

Secondo i militari (ma questa versione fu confermata dal medico personale di Allende, a quanto pare l’unico ad essere rimasto sino alla fine al suo fianco) si suicidò poco prima dell’ingresso dell’esercito nel palazzo presidenziale de La Moneda per non consegnarsi ai golpisti, immolando la propria vita alla causa della libertà.

Per altri invece – familiari, sinistra cilena e internazionale – Allende fu ucciso proprio dai militari per evitare di dover convivere con la sua ingombrante presenza. Adesso il procuratore cileno Beatriz Pedrais chiede di far chiarezza sulla vicenda presentando le richieste di indagine su 721 casi di violazioni dei diritti umani avvenuti tra il 1973 e il 1990, tra cui si trova anche quello di Allende.

La notizia ha fatto naturalmente scalpore ed è stata riportata da tutti i media internazionali (per una ricostruzione a caldo si veda l’articolo di Omero Ciai). L’inchiesta sulla morte di Allende segue di poco più di un anno (dicembre del 2009), quella su un altro illustre personaggio della politica cilena, anch’egli ex presidente, il democristiano Eduardo Frei Montalva, deceduto nel gennaio del 1982 all’età di 71 anni a seguito di una banale operazione di ernia.


La famiglia ha sempre sostenuto che sia stato avvelenato dai militari e recentemente ha chiesto al governo statunitense di fornire tutte le informazioni a sua disposizione. Il quotidiano spagnolo El País ha pubblicato ai primi di febbraio un dispaccio dell’ambasciata statunitense a Santiago dell’11 dicembre del 2009 – ripreso dal sitoWikileaks – in cui si sostiene che la morte di Frei non sarà mai accertata.


L’attuale capo di Stato Sebastián Piñera è accusato dall’opposizione di centro-sinistra di strumentalizzare politicamente le indagini relative alla morte dei due statisti e, più in generale, di non fare abbastanza in materia di violazione dei diritti umani.


Secondo il segretario del Partito socialista Osvaldo Andrade il governo “cade in una terribile contraddizione”: se da un lato si felicita per le inchieste, dall’altro smantella le strutture investigative specializzate che in questi anni sono riusciti a far luce su una buona parte dei crimini commessi dalla dittatura.


Carmen Frei, figlia dell’ex presidente, ha inoltre auspicato che durante la visita che Barack Obama realizzerà a marzo in Cile (all’interno della sua prima missione nel subcontinente dopo il viaggio in Messico del 2009 e a Trinidad y Tobago in occasione del V Vertice delle Americhe), la Casa Bianca voglia finalmente aiutare la giustizia cilena, dimostrando che l’amministrazione democratica intende voltare pagina rispetto al passato in politica dei diritti umani.


Non è il caso, in questa sede, di dilungarsi sulle due inchieste. Si può segnalare, però, che il Cile sembra essere costantemente costretto a fare i conti con il suo triste passato. Più il paese cerca di guardare avanti, più viene ricacciato all’indietro.


I problemi e le sfide del tempo presente come la ricostruzione post-terremoto (che procede con molta lentezza), i buoni risultati macro-economici (il pil quest’anno dovrebbe crescere del 6% circa), o ancora il rimpasto di governo – con il cambio alla guida dei ministeri di Difesa, Lavoro, Energia e Trasporti – a gennaio dopo appena dieci mesi dall’insediamento, e le proteste e le mobilitazioni popolari nella zona di Magallanes per l’aumento del prezzo del gas si confondono con questioni che hanno radici lontane e rimandano a una fase della vita nazionale radicalmente diversa da quella attuale.


Giusto che sia così, per un verso, ma tutto ciò è anche il sintomo di un paese che non ha fatto fino in fondo i conti con il passato e che molte ferite dolorose non si sono ancora rimarginate.


Del resto, è utile ricordarlo, è soprattutto a partire dal 2003, in occasione cioè del trentennale della morte di Allende e del golpe militare, che in Cile è cominciata una seria riflessione sugli anni tragici della dittatura. Quell’anno numerose furono le manifestazioni che ricordarono la figura, l’impegno e il messaggio politico del leader socialista.


Al di là delle celebrazioni ufficiali che pure divisero fortemente l’opinione pubblica e le forze politiche cilene, ancora più importante fu il fatto che tra i militari che ebbero compiti di primo piano nella gestione del paese durante la dittatura cominciarono ad affiorare ammissioni di responsabilità per gli atroci crimini commessi.


Si trattò di aperture importanti se si pensa al clima di omertà, di paura e di rassegnazione prevalente fino a poco prima e che contribuirono a dar nuovo vigore al desiderio di verità e di giustizia di una parte della popolazione.


Si era ancora lontani da una vera pacificazione, o riconciliazione, nazionale e ancora lunga era la strada da percorrere. Ciò nonostante, da allora in poi, con una particolare enfasi durante l’esecutivo di Michelle Bachelet, le politiche della memoria sono state uno dei temi centrali dell’agenda governativa e il terreno su cui si è cercato faticosamente di ricostruire la convivenza civile.


C’è da augurarsi che nel 2013, in occasione cioè del quarantennale della svolta autoritaria, il Cile abbia fatto altri concreti passi in avanti nella direzione della verità e della giustizia, e che Piñera prosegua il cammino intrapreso dai suoi predecessori.


Quanto all’oggi, non bisogna sovrastimare le notizie che giungono dal paese andino e credere che esse abbiano influenzato oltremodo l’attuale dibatto pubblico cileno. I cileni sono in questo periodo immersi nelle loro vacanze estive e seguono le due inchieste, chissà, come una sorta di “vita in diretta nel passato”, i cui protagonisti fuoriescono dall’oltretomba e sono oggetto di distratta curiosità.


A poco serve ricordare che dopo venti anni di Concertación adesso al governo c’è un presidente di centro-destra per alimentare divisioni o confronti animati su fatti ormai lontani. Siamo, forse, piuttosto noi europei, e italiani in particolare, a evocare i miti del passato, a essere nostalgici e a preferire vicende che ci consentono di richiamare alla mente stagioni di intenso impegno civile e politico (ma anche tristi e dolorose).

Nondimeno, al di là delle ripercussioni immediate e della piega che prenderanno le indagini, esse possono fornire a noi osservatori italiani lo spunto per rileggere alcuni momenti di una stagione ricca e complessa della storia cilena, che tanto clamore e interesse suscitarono nel mondo intero e anche in Italia. A tal scopo possono risultare molto utili due libri pubblicati alcuni anni orsono.

Mi riferisco a quello di Andrea Mulas (Allende e Berlinguer. Il Cile dell’Unidad Popular e il compromesso storico, San Cesario di Lecce, Manni, 2005) e di Alessandro Santoni (Il PCI e i giorni del Cile. Alle origini di un mito politico, Roma, Carocci, 2008), che centrano l’analisi sul rapporto tra il partito comunista italiano e la sinistra cilena durante l’esperienza di governo di Unidad Popular, sul “compromesso storico” e sulla nota lettura che dei fatti cileni fece Enrico Berlinguer.

Concludo ricordando che il Cile di quegli anni ha trovato ospitalità all’interno della bella mostra intitolata “Il PCI nella storia d’Italia“ – organizzata dalla Fondazione Istituto Gramsci di Roma e la Fondazione Cespe – con un incontro su “L’influenza del Cile sulla politica del Pci” cui hanno partecipato alcuni testimoni qualificati come Antonio Leal, Roberto Speciale, Mario Lubetkin, Alberto Tridente, Nana Corossacz.

Raffaele Nocera è  professore di Storia dell’America Latina, Università di Napoli “L’Orientale” (rnocera@unior.it)
E’ autore di Chile y la guerra, 1933-1943, Santiago, Lom-Dibam, 2006; Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi, Roma, Carocci, 2009 ; con Claudio Rolle Cruz (a cura di), Settantré. Cile e Italia, destini incrociati, Napoli, Think Thanks, 2010.

(18/02/2011)

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