Gli europarlamentari e la vita del pendolare


di Laura Serassio e Roberta Giaconi

Tempo sprecato, soldi buttati, più stress. Uno studio dell’università di Zurigo mette in luce i disagi che derivano dall’avere una doppia sede lavorativa. Bruxelles potrebbe sostituire del tutto Strasburgo.


Carta di Laura Canali tratta da Limes 5/2010 “Il Portogallo è grande” – clicca qui per andare all’originale con possibilità di ingrandire

“È soltanto una questione di tempo”. Ne sembra convinto il deputato Edward McMillan-Scott, vicepresidente liberale del Parlamento europeo, seduto nella sala stampa in una giornata di febbraio.

Sta presentando ai giornalisti, insieme al collega Alexander Alvaro, un nuovo studio su una vecchia diatriba: quella delle due sedi dell’eurocamera a Bruxelles e Strasburgo.

Per chi ancora non lo sapesse, per una settimana al mese gli europarlamentari, seguiti da assistenti, funzionari, giornalisti e persino da stagisti e uscieri, si spostano come un’unica ondata in direzione di della città francese.

Treni e aerei sono pieni, gli alberghi nella cittadina devono essere prenotati con mesi di anticipo per evitare di spendere cifre assurde o di ritrovarsi senza un letto.

Già da qualche giorno prima della sessione plenaria i camion vengono caricati di documenti e apparecchiature che funzionari e politici ritroveranno nella sede francese.

La decisione di avere due sedi, in Belgio e Francia, per le attività del Parlamento europeo era già stata presa nel 1992 dai governi europei, per poi essere messa per iscritto nel trattato di Amsterdam nel 1997.

I deputati cercarono di opporsi alla dispersione sin dagli anni Ottanta, ma ad avere la meglio fu la Francia che impose Strasburgo come sede, minacciando altrimenti di bloccare la creazione di nuovi organismi europei.

Da allora sui deputati piovono regolarmente critiche. “Spendete 200 milioni di euro l’anno per questo capriccio”, accusano alcuni.

“Parlate di rispetto dell’ambiente?
Allora iniziate a eliminare le 19 mila tonnellate di anidride carbonica che producete ogni anno con i vostri viaggi a Strasburgo”, dicono altri.

Le critiche, si sa, fanno male
, specialmente quando non vengono ritenute completamente fondate. “Molti cittadini vedono lo spostamento mensile da Bruxelles a Strasburgo come uno scandalo”, commenta McMillan-Scott. “Ma la colpa è dei governi nazionali, non nostra”.

Sono infatti i capi di Stato
e di governo dei paesi a poter intervenire, ma per farlo dovrebbero esprimersi all’unanimità. E, con l’esplicita opposizione della Francia, il traguardo sembra a molti lontano. A meno che i deputati stessi non riescano a sollevare un dibattito pubblico capace di far pressione sui governi.

Ed ecco dove entra in gioco
il rapporto. Da 417 interviste con deputati e membri del loro staff è emerso come l’88% sia a favore di una revisione del trattato del 1997.

“Deve essere il Parlamento a poter decidere dove lavorare”, sostengono. E per il 91% degli intervistati è Bruxelles la sede naturale delle istituzioni.

Non che questa posizione
sia una novità. “Non accetto di essere accusata di antieuropeismo, ma non nascondo di essere ostile a questa dispersione”, diceva già trent’anni fa la prima presidente eletta del Parlamento europeo, la filosofa Simone Veil, proponendo di trovare delle alternative per Strasburgo.

Le sedi parlamentari, per esempio, avrebbero potuto ospitare delle università europee, suggeriva. Ma da allora, nonostante qualche sporadica protesta, niente è cambiato. Fino a oggi.

“C’è sempre stato un tacito consenso tra i deputati: su Strasburgo ci si può esprimere in privato, ma non in pubblico”, commenta Michiel Van Hulten, l’ex parlamentare europeo che ha curato le interviste per questo studio.

È lui a parlare dell’esistenza di un vero e proprio “codice d’onore”. I deputati non parlano di Strasburgo e, quando lo fanno, preferiscono non farlo in modo ufficiale.

Dove non sono riusciti finora criteri di risparmio economico e di rispetto dell’ambiente, forse riusciranno però considerazioni pratiche.

“Per il 40% degli intervistati, trasporti carenti, alloggi inadeguati e l’ambiente lavorativo di Strasburgo hanno un serio impatto sulla vita lavorativa e familiare”, si legge sul rapporto.

Anche questa non è una scoperta: già nel 2003 l’attuale vice premier britannico Nick Clegg, allora deputato europeo, faceva notare che “i parlamentari europei passano una parte sproporzionata del loro tempo in viaggi inutili che producono un effetto debilitante”.

La novità sta nell’idea di calcolare questo impatto, come hanno fatto McMillan-Scott e Alvaro, commissionando all’università di Zurigo uno studio sugli effetti del pendolarismo mensile sulla qualità della vita, oltre a quella del lavoro.

È risultato che per il 57%
delle 417 persone intervistate andare a Strasburgo è deleterio dal punto di vista della vita familiare, mentre il 60% esprime lo stesso giudizio in quanto alla salute mentale.

“Anche prendendo un treno veloce
, ci vogliono quattro ore per arrivare a Strasburgo. Le giornate lavorative sono più lunghe, eppure si fa sempre di meno. Senza considerare che ti dimentichi sempre qualche documento che avresti dovuto portare da Bruxelles”, sbuffa un assistente belga.

“Mancano gli alloggi e alcune persone a volte sono costrette anche a dormire sulle barche. La distanza tra gli edifici è enorme. Per gli spostamenti da una riunione all’altra ci può volere mezz’ora”.

Una funzionaria presso
il Segretariato generale si lamenta. “Basta con questo show“, sostiene. Lei, come tutte le altre mamme, lascia i figli per quattro giorni al mese da otto anni. “Sarebbe molto più pratico restare a Bruxelles, anche per le nostre famiglie”.

Da quando è entrato in vigore
il trattato di Lisbona, i poteri del Parlamento europeo sono aumentati. “Non possiamo essere presi sul serio se non abbiamo neanche il potere di decidere dove riunirci”, sostiene McMillan-Scott.

“Strasburgo è un bellissimo luogo, affascinante e storicamente importante, ma è legato al passato. Il futuro è qui, a Bruxelles”.

Il rapporto sarà ora fatto circolare tra tutti i deputati, nella speranza di avere riscontri positivi e di riportare il dibattito sull’argomento al centro dell’attenzione.

“Le cose devono cambiare”
, dice il parlamentare tedesco Alexander Alvaro. “Altrimenti siamo pronti a organizzare lo sciopero di Strasburgo”.

(16/02/2011)

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