Che cosa dopo i neocon?


fonte

Che cosa dopo i neocon?Sono due le parole che in queste ore fanno tremare i palazzi del potere nello Yemen, nel Bahrein e in Libia: “kifaya”, cioè “basta”, e “hurriyya”, cioè “libertà”. Aspettando che uno degli studiosi del mondo arabo più importanti, Bernard Lewis, dopo il suo acclamato “Che è cosa è andato storto con il mondo arabo” abbia il tempo per riflettere su questo incredibile 2011 e quindi scriva “Che cosa è andato bene con il mondo arabo”, segnaliamo a chi al Corsera si ritiene un seguace dei seguaci di Lewis, cioè dei neocon, che questi ultimi avevano sentenziato non che solo la democrazia avrebbe cambiato il Medio Oriente, come ha scritto Angelo Panebianco sul quotidiano di Via Solferino, ma che solo la forza vi avrebbe portato la democrazia. La differenza sarà sottile, ma c’è.

Così in queste ore, segnate dalle incontenibili proteste in Libia ad Occidente e in Iran, Yemem e Bahrein a Oriente, anche un giornale compassato come l’iracheno Az-Zaman si può prendere la libertà di scrivere che “gli americani non capiscono nulla del mondo arabo”. Perché? Perché secondo Az-Zaman da Tunisi al Cairo, da Manama a Tripoli, gli americani non capiscono che la popolazione vuole un cambiamento reale, autentico, un cambiamento del paradigma politico di questo mezzo secolo post-coloniale, e non un nuovo leader che sovrintenda allo stesso sistema di prima.

Che questo tentativo sia in atto è evidente, ma che effettivamente tutto possa risolversi con un po’ di maquillage è  difficile. Perché? Per dare una risposta corretta dobbiamo capire quale sia stato il vero punto d’origine di tutto questo. E il punto d’origine del 2011 arabo è il 2005 libanese. Lì per la prima volta un popolo arabo ha scatenato un’autentica intifada pacifica contro il tiranno, in quel caso il despota straniero Bashar al-Assad. Non a caso su molti giornali egiziani nei giorni del rovesciamento di Mubarak si sono citati giovani che dicevano “vogliamo che qui diventi come a Beirut”. Pensavano alle libertà di Beirut, alle libertà arabo-occidentali che la Beirut insorta contro il regime siriano incarna. Queste libertà hanno nei giovani il loro fulcro, il loro punto centrale. E questi giovani arabi sono una percentuale della popolazione complessiva araba di gran lunga superiore alla media: 22% nel mondo contro 26/27% lì.

Questi giovani spesso hanno studiato all’estero, o in istituti scolastici stranieri, hanno vissuto all’estero, o hanno parenti che lì vivono ancora. Conoscono il mondo, se ne sentono parte. Quindi quando si parla di protesta giovanile, di rivoluzione generazionale, si dice rivoluzione culturale. I parametri islamisti sono parametri superati, perché il mondo in cui il pactum sceleris tra regimi al governo e fondamentalisti all’opposizione è stato scritto prevedeva che la sola voce di opposizione ai regimi fosse quella della moschea. Oggi invece è la voce del mondo globalizzato che né i regimi né i fondamentalisti possono chiudere.

Certo, in paesi capaci di spendere miliardi di dollari per cercare di essere il meno penetrabili possibile dalla globalizzazione, dalla televisione, da internet, dalla contaminazione -come l’Iran e la Siria – il processo richiederà più tempo, perché la repressione lì potrà essere ancor più pervasiva e feroce: basti pensare che l’altro ieri in Siria un giovane blogger appena diciottenne, Tal al-Mallohi, è stato condannato a cinque anni di reclusione per “spionaggio”.

Il problema politico che si pone in tutta evidenza, la creazione di un gruppo dirigente adeguato a gestire e non tradire questa incredibile rivoluzione del 2011, dovranno affrontarlo gli arabi, possibilmente non ostacolati ma aiutati dal resto del mondo. E il modo migliore per affiancarli è contribuire alla riscoperta della Nahda. In questo terribile decennio dominato dai neocon abbiamo imparato tutti a conoscere i nomi di leader fondamentalisti, quasi che solo quel pensiero fosse stato prodotto dal mondo arabo. Oggi potremmo promuovere confronti internazionali sulla Nahda, cioè sulla grande esperienza del rinascimento arabo di fine ottocento, quello che Lewis  salta sempre nei suoi libri (per lui l’Ottocento è “il secolo brevissimo”, al massimo qualche pagina).

Promuovere confronti internazionali   su Hoda Sharawi e la nascita del movimento femminista in Egitto negli anni Venti, sull’Islam di Yusuf al-Asir, il dotto musulmano che partecipò con due missionari alla  traduzione in arabo della Bibbia, sulle scuole miste della società musulmana di Beirut dell’Ottocento, sul pensiero religioso nell’università islamica di al-Azhar ai tempi dello sceicco al-Attar…e tanto altro. Questo è il ruolo che tutti insieme, governi e istituzioni culturali, potremmo svolgere al fianco dei popoli che nel mondo arabo chiedono di costruire una prospettiva democratica.

Può sembrare “astrattezza”, lo so. Ma nella costruzione del “discorso” islamista l’individuazione di un passato idilliaco, dorato, è stata fondamentale,  sebbene l’epoca d’oro alla quale ci si appella, quella del Profeta, è alquanto lontana e forse la sua celestialità inventata. La Nahda come passato al quale ispirarsi, richiamarsi, nella quale riconoscersi e con la quale farsi forza, invece c’è stata davvero, è anche recente. Lasciarla nel dimenticatoio sarebbe una colpa enorme.

di Riccardo Cristiano

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: