Twitter e Facebook danno amici ma non lavoro. La tesi di Tyler Cowell


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Un tempo gli Stati Uniti erano una terra felice, dove bastava allungare la mano per cogliere frutta. Oggi non è più così… Verrebbe davvero voglia di dire basta, di gettar via l’ennesima mitizzazione del passato, condita dalla solita facile previsione del declino americano, e tornare alla saggezza di Joseph S. Nye, il politologo che solomartedì sul Wall Street Journal, ricordava come avere problemi non significa essere condannati inesorabilmente a fare passi indietro, quando le soluzioni ci sono.

Sì, si fa proprio fatica, alle prime righe, a capire come The Great Stagnation, l’agile libro dell’economista Tyler Cowen, animatore del blog Marginal revolution, stia alimentando il dibattito negli Stati Uniti. L’inizio è piatto, pieno di luoghi comuni: la crisi, il debito, la polarizzazione di una politica fuori della realtà… Poi però succede qualcosa che spiega perché il testo non deve la sua fortuna solo alla fama dell’autore (conosciuto anche per una breve guida ai ristoranti etnici di Washington).

Il punto è che Cowen colpisce duro al cuore degli Stati Uniti, il suo sogno. Dichiara che è giunta al capolinea l’America affluente, quella che negli ultimi anni ha pensato di essere più ricca di quanto davvero fosse. Racconta la fine di un mondo in cui la terra era quasi gratis («Si poteva partire dall’Europa, lavorare duro sul buon humus americano e migliorare il tenore di vita»), la tecnologia cambiava continuamente la vita di uomini e donne e creava posti di lavoro, ed era facile trovare ragazzi dotati da istruire migliorando la produttività.
Il mondo di oggi è diverso. La terra è sempre meno importante, la scuola secondaria è ai livelli del ’71.

Soprattutto «le nuove idee di valore sono diventate abbastanza scarse, e così il piccolo numero di persone che ne detengono i diritti». «Una gran quantità di recenti invenzioni – spiega Cowen, in nome di un liberismo che non ama molto la proprietà intellettuale – sono “beni privati” e non “pubblici”». L’innovazione di oggi, anche quella finanziaria, «spesso prende la forma dell’espansione di privilegi economici e politici». E citando Peter Thiel, cofondatore di PayPal, dà il colpo finale: «La gente non vuole credere che la tecnologia è in fallimento. La farmaceutica, la robotica, l’intelligenza artificiale, la nanotecnologia: tutti campi in cui i progressi sono stati molto più limitati di quanto si pensi».

Certo, c’è internet. Per il blogger Cowen – che pubblica il suo “pamphlet settecentesco” solo su formato elettronico – il web è un’eccezione, ma fino a un certo punto. «Diversamente dall’elettricità – scrive – internet non ha cambiato la vita di tutti, ha solo cambiato molte vite». «Non dà beneficio automaticamente nello stesso modo di uno sciacquone o di una strada lastricata». Soprattutto non crea molti posti di lavoro e neanche tanti ricavi: è «divertimento, divertimento a basso costo».

La conseguenza di tutto questo è immediata: la produttività non è aumentata, non poteva farlo. Cowen si sofferma a lungo sulle statistiche per mostrarne la fallacia, e invita a guardare al calo dei salari e all’andamento delle Borse, ai livelli degli anni 90: «Se né il lavoro né il capitale riescono a trarne molto profitto, possiamo aver fiducia nei dati sulla produttività?».

Non ci sarà “vera” crescita, dunque; e occorrerà quindi invertire la logica che finora ci ha guidati. Cowen prende così le distanze da Paul Krugman. «Propone politiche che richiedono la crescita», «mette il carro avanti ai buoi». Nessun altro però si salva. Dal suo punto di vista, tutte le ricette proposte oggi, dai tagli delle tasse dei repubblicani alla redistribuzione dei democratici hanno respiro corto. Non è più tempo di far crescere i governi (e le aziende), perché non c’è più una tecnologia che sostenga questi sviluppi; e insistere sullo stato rende allora «la sinistra Usa, che le piaccia o no, la forza del nuovo conservatorismo».

È la Palin nel suo radicalismo, a prendere il posto della comunista Angela Davis degli anni 80, mentre Obama appare il presidente che «sta tentando di usare meglio la tecnocrazia per sostenere lo status quo», ottenendo solo risultati marginali e deludenti, per un paese che vuole illudersi di essere ricco come un tempo. Un errore, questo, che ha scatenato, con l’eccesso di fiducia che porta con sé, la recente crisi. Ancora oggi, dice Cowen, «non ci siamo adeguati al fatto che siamo più poveri di quanto pensiamo». Forse perché il divertimento di internet «rende più facile ridurre i consumi»…

Tutto è fuori dagli schemi. Cowen, economista vicino alla scuola austriaca, rinuncia anche ai temi classici del liberismo: il libero mercato, il conflitto tra aziende e stato, la concorrenza. Accende i riflettori su quanto è dietro tutto questo e lo anima. Sorprendono un po’, allora, le conclusioni. Cowen lascia cadere la sua vivacità intellettuale e si affida a una molle speranza: India e Cina stimoleranno l’innovazione, internet prima o poi darà frutti più sostanziosi, gli elettori chiederanno una migliore istruzione. L’unica ricetta che propone – citando in modo non scontato Ayn Rand, faro illusorio dei libertari Usa – è di «migliorare lo status sociale degli scienziati». È un obiettivo importante e condivisibile, se non si ricade però nel mito saintsimoniano della tecnocrazia e dell’engineering sociale. Quando lo stesso Cowen associa la città-azienda di Singapore, innovatrice ma autocratica, a un’Atene di Pericle «con altri dei», il rischio c’è davvero.

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