Haiti: le Ong s’intascano le donazioni


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L’amico e avvocato Evel Fanfan, che ad Haiti si dedica da anni alla difesa dei diritti umani e dei detenuti, è appena tornato a Porto Principe dopo un intenso viaggio in Italia per far conoscere la situazione del suo paese e ci ha lasciato alcune importanti testimonianze che vorrei riportare qui nel blog in un paio di post dedicati alle Ong e ai bambini di Haiti.

“Il 66% di tutte le donazioni che sono state fatte non sono state investite per la gente di Haiti, ma per il funzionamento delle Ong. Alcune hanno deciso di comprare fuoristrada da 40/50 mila dollari. Il 20% di queste donazioni sono state spese per pagare il personale delle organizzazioni”: è quanto ha denunciato Evel Fanfan, presidente dell’organizzazione “Aumohd-Action des Unités Motivées pour une Haití des Droits”, organizzazione di avvocati che dal 2002 si occupa della difesa dei diritti umani e civili della popolazione.

“E’ impossibile che nonostante sia stato speso un miliardo di dollari per Haiti, la situazione sia quella che ancora vediamo e che l’epidemia di colera ancora non si riesca controllare. Noi possiamo dire che tutti questi soldi erogati sono stati spesi in progetti che non hanno aiutato”.
Evel Fanfan è impegnato in Italia per un ciclo di conferenze per far conoscere la reale situazione vissuta dalla popolazione dell’isola caraibica dopo il sisma di magnitudo 7,3 della scala Richter che, il 12 gennaio 2010, ha devastato la capitale dell’isola, Port au Prince ed i centri limitrofi, colpendo circa 3 milioni di persone, con un bilancio di circa 250 mila morti e 1,7 milioni di sfollati, di cui più di un milione ancora nelle tendopoli provvisorie. La situazione dei bambini è particolarmente drammatica con i fenomeni delle adozioni “selvagge”, l’abbandono e la microdelinquenza come ultima risorsa per sopravvivere. Così molti di loro finiscono in carcere con gli adulti per mancanza di strutture adeguate.
Leggi la nota: I bambini di Haiti
Ad un anno dal sisma, l’emergenza continua in un paese già piegato da dittature decennali (tra l’altro l’ex dittatore Duvalier ha fatto ritorno in patria dopo 25 anni), instabilità politica (con sospetti di brogli e continui rinvii delle elezioni presidenziali), corruzione, calamità naturali, degrado e povertà. In poco più di 12 mesi, solamente il 5% delle macerie è stato rimosso. La Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (Cirh) è stata al centro di aspre polemiche per l’incapacità di gestire gli oltre 10 miliardi di dollari stanziati dalla “Conferenza internazionale dei donatori per la ricostruzione di Haiti”, tenutasi a New York il 31 marzo 2010, solo in minima parte erogati per la ricostruzione, che stenta a decollare, senza uno stato capace di far fronte alle emergenze.
Le elezioni del 28 novembre scorso e i brogli elettorali hanno contribuito ad esasperare il clima d’instabilità. Migliaia i morti provocati dall’epidemia di colera esplosa l’ottobre scorso. “In tutto circa 3.333 vittime e più di 148 mila contagi, che hanno messo in luce i limiti del sistema degli aiuti internazionali in un paese che beneficia di un apparato umanitario massiccio” – riporta la Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione di Haiti diffusa il 14 gennaio scorso.
Circa 12 mila organizzazioni soprattutto internazionali concentrate nel paese, che hanno fatto guadagnare all’isola delle Antille l’appellativo di “Repubblica delle Ong”. “Abbiamo discusso con l’80% delle organizzazioni non governative presenti e abbiamo chiesto di creare un osservatorio per evitare lo spreco di denaro e verificare la trasparenze delle spese.
La maggior parte non ha accettato una super visione e un controllo”. Conclude Evel Fanfan: “Stiamo preparando una petizione indirizzata alla Commissione per la Ricostruzione di Haiti, per chiedere che un piano di lavoro venga pensato insieme alla comunità haitiana. Pertanto siamo qui per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale per chiedere con noi trasparenza, per dire che questo tipo di aiuto non ha avuto alcun tipo di risultato ora e non che lo avrà in futuro e per chiedere alla comunità internazionale di cambiare il suo piano di azione, lavorando con la società civile locale senza escluderla”.  Da LINK
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