L. Mora: triplice fallimento


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MILANO – Non c’è molto tempo. Il prossimo 2 marzo, Dario Mora detto Lele, sarà convocato nell’ufficio del presidente della sezione fallimentare del Tribunale di Milano, Filippo Lamanna. Qui si terrà l’udienza che dovrà analizzare ben tre istanze di fallimento. Si tratta di tre domande che portano la firma di Salvatore Sanzo, il curatore della LM Management, la società di Mora dichiarata fallita l’11 giugno 2010. Tempi grami, dunque, per il manager rodigino. Da una parte c’è l’incudine del «Rubygate» e le accuse di favoreggiamento e induzione alla prostituzione minorile. Dall’altra c’è il martello del giudice fallimentare. Ed è paradossalmente proprio questo il guaio più incombente che il broker di figuranti, tronisti e starlette dovrà affrontare.

Per questo Mora appare come il gregario più fragile della pattuglia acrobatica dei bon vivant di Arcore e dintorni. Vediamo perché. Sanzo, il professionista, nominato dal Tribunale milanese, ha chiesto l’estensione del fallimento a due società riconducibili a Mora: la LM Entertainment e la Diana Immobiliare. Ma, soprattutto, ha chiesto il fallimento personale di Mora, una circostanza che avrebbe una conseguenza precisa: tutto il suo patrimonio personale in Italia e all’estero verrebbe acquisito dalla curatela.

Tutto questo mentre un fascicolo a carico di Mora per bancarotta fraudolenta è già aperto sulla scrivania del pm Eugenio Fusco e del gip Federica Centonze. La pena prevista per la bancarotta fraudolenta va dai tre ai dieci anni di reclusione. Mora, dunque, rischia grosso. Ed è a partire da questa considerazione che le due vicende si intersecano. Silvio Berlusconi ha già dimostrato con i fatti di avere a cuore la sua sorte. Da un conto del presidente del Consiglio al Monte dei Paschi di Siena, infatti, proviene la somma di 1,2 milioni di euro in assegni circolari che, attraverso Emilio Fede (che tratterrà 400mila euro per se stesso) e Giuseppe Spinelli, viene elargita a Mora nell’ottobre 2010 (a fallimento già dichiarato).

Va detto anche che non risulta che quel denaro sia entrato nella disponibilità del curatore di LM Management. Un passivo che, almeno inizialmente, era stato quantificato dal pm Eugenio Fusco in sei milioni di euro. Una cifra che però si è impennata a quasi 17 milioni, una volta gravata di sanzioni, multe e interessi, visto che il creditore più rilevante è l’Agenzia delle entrate. Un creditore di solito poco incline alla composizione bonaria delle controversie. Dunque, per gli amici di Mora, potrebbe essere proprio questo il momento più adatto per un ulteriore intervento di pronto soccorso finanziario.

Anche perché, qualora il giudice fallimentare dovesse accettare l’istanza di fallimento nei confronti della Diana immobiliare, verrebbe a cadere uno dei pilastri su cui si basa la strategia difensiva di Luca Giuliante, legale di Mora che, oltre a contestare il ruolo di beneficial owner finale e quello di «dominus» di Mora nelle società sotto tiro, punta a un concordato fallimentare mettendo a disposizione della curatela i cespiti immobiliari conferiti proprio nella Diana. Una situazione, come si vede, molto delicata che ha già spinto i legali di Mora a rivolgersi a un professionista molto esperto del ramo. Si tratta di Salvatore D’Amora, commercialista assai noto a Milano, specializzato di pratiche e contenziosi fallimentari che figura già come consulente di Gianpiero Fiorani nell’ambito del processo per aggiotaggio informativo durante la scalata alla banca Antonveneta, il cui processo a Milano è alle battute finali.

 

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