Chavez porta la banda larga a Cuba


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La diarchia cubana, quella dei fratelli Castro, del potere ossificato, delle finte riforme, si gode un piccolo successo: lo sbarco della fibra ottica. Un cavo sottomarino proveniente dal Venezuela è arrivato a Siboney, poco lontano da Santiago de Cuba.
Fidel e Raul, sulla griglia del loro sudoku mentale, vedono internet più veloce e Yoani Sanchez, la blogger cubana più nota al mondo nonché nemica sincera del governo, che rilascia interviste in cui si dichiara «felicemente sorpresa per il facile accesso alla rete, forse accelerato per i giorni della Fiera dell’informatica, in corso a L’Avana».

Sullo sfondo i dissidenti-testimonial di una crisi economica che non passa mai, l’atteso VI congresso del Partido comunista cubano, in programmazione ad aprile e a rischio flop.
Parlare di riforme fa sempre paura, sia chiaro. A proposito della vendita diretta di frutta e verdura, dribblando il ruolo dello stato nella piccola distribuzione, Raul qualche tempo fa disse: «No es una riforma, es una actualizacion del sistema», non si sa mai che qualcuno pensi a una trasformazione capitalistica.
Intanto però l’era Raul.com ha raggiunto un primo obiettivo: il cavo venezuelano ha percorso i 1.600 chilometri, da Camuri, dal Venezuela di Hugo Chavez, fino a Cuba. La propaganda castrista ha ripetuto per anni che il mancato accesso alla rete era imputabile al bloqueo, l’embargo americano. Da qui la decisione di un «uso strettamente sociale» di internet: ministero della Sanità, della Ricerca, giornali di partito, direttori d’impresa. A tutti gli altri viene offerta solo una casella di posta elettronica.
Difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi. Il cavo di fibra ottica consentirebbe una velocità di connessione tremila volte superiore a quella attuale ma il vice ministro delle Comunicazioni, Jorge Luis Perdomo, si è affrettato a ricordare che «il cavo è solo un pezzo del problema. Restano le reti e gli allacciamenti alle scuole, alle abitazioni, alle università». Poi però, nella migliore tradizione oratoria cubana, Perdomo ha aggiunto che «non vi sono ostacoli politici alla diffusione di internet». Un’apertura cui segue una perplessità.

Comunque i costi si dovrebbero ridurre drasticamente poiché Cuba non dovrà avvalersi soltanto dei satelliti la cui gestione è piuttosto salata.

A livello di utenza la rete è accessibile solo ai turisti che pagano la bellezza di 7 dollari per un’ora di navigazione. Chi sottoscrive un servizio di banda larga, opzione flat, paga 150 dollari al mese. Ciononostante la velocità è bassa e per scaricare una foto di tre megabyte sono necessari 25-30 minuti. Tutto ciò, comunque sia, va sempre rapportato allo stipendio medio che resta compreso tra i 12 e 15 dollari al mese. Come dire, inaccessibile.
Il banco di prova dei raulisti, la corrente riformista guidata dal hermano menor, quello che tra pochi mesi compirà 80 primavere, è proprio questo: internet. Inutile dire che l’Open Source, il sistema operativo di Linux, l’anti Microsoft, viene guardato con grande entusiasmo.
I timori sorgono quando ci si interroga su chi saranno gli attori delle riforme, informatiche o meno. Un professore universitario che chiede di non esser citato ricorda che «la gerontocracia abulonada al poder guarda alla perestroijka con un misto di diffidenza e di sfiducia. Da loro non arriveranno stimoli al cambio, questo è sicuro».
Le imprese statali sono amministrate dai ministeri: i ministri nominano i direttori, controllano i programmi produttivi, stabiliscono i salari, controllano le importazioni e le esportazioni, realizzano continue ispezioni. Non è tutto, i militari controllano direttamente il 35% delle imprese cubane.

 

 

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