Se questo è un ministro


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di Marco Damilano

E’ sotto inchiesta per mafia. Il suo uomo a Palermo è stato appena arrestato. Il suo padrino politico Cuffaro è in carcere. Ma Francesco Saverio Romano, eletto nell’Udc e ora berlusconiano, è quotatissimo per un posto nel governo

(10 febbraio 2011)

Francesco Saverio RomanoFrancesco Saverio Romano«Io al governo non entro dalla finestra, entro dalla porta». Spavaldo di carattere, Francesco Saverio Romano, nato alla vigilia di Natale di 46 anni fa, siciliano di Belmonte Mezzagno, deputato dal 2001, ha annunciato mesi fa ad amici e sodali che il suo posto da ministro non è in discussione: semmai la postazione. Lo quotano per le Politiche comunitarie, ma lui non ha mai fatto mistero di puntare a una poltronissima: il ministero dell’Agricoltura. Un bel dicastero di spesa e un ricordo per così dire affettivo: il ruolo fu occupato negli anni Ottanta da Calogero Mannino, il suo maestro, quando Romano ventenne muoveva i primi passi in politica. Toccante pensiero, specie ora che Romano, come si usa nelle migliori tradizioni, ha fatto fuori il vecchio tutore e si è messo in proprio. È lui che prende la parola a Montecitorio a nome dei Responsabili. È lui che spinge per andare in tv, vantando la sua prestanza fisica. Ed è lui che parla a palazzo Grazioli con Berlusconi, provando a fare il leader. 

Il resto della compagnia non è granché, ma pazienza, nessun leader si sceglie le sue truppe. E ora, finalmente, Romano ha l’occasione di diventare generale. Nel vuoto lasciato dai suoi padrini: Salvatore “Totò” Cuffaro è in una cella di Rebibbia dopo la condanna per favoreggiamento delle cosche, Romano lo ha accompagnato fino alla caserma. Con l’altro nume tutelare, Mannino, anche lui processato per i rapporti con la mafia e poi assolto, c’è stata una lite furibonda. Resta l’amico Angelino Alfano, conosciuto nel movimento giovanile della Dc di cui Romano è stato segretario siciliano. Con Pier Ferdinando Casini, invece, Saverio ha rotto cinque mesi fa, quando uscì dall’Udc con altri quattro deputati per fondare il Pid, Popolari per l’Italia di Domani.

Roba da rievocare don Luigi Sturzo, se non fosse che il Pid e il suo leader sono da anni al centro delle indagini giudiziarie sui rapporti tra politica e mafia. L’ultimo arresto di un suo uomo, il deputato regionale Fausto Fagone, risale a novembre. Eletto per la prima volta nel 2001 nel collegio di Bagheria, Romano è dal 2003 sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Si cominciò con le registrazioni ambientali del boss Giuseppe Guttadauro che parlava di Romano in termini entusiastici: «Voglio incontrarlo», spiegava a un interlocutore. «Dimmi tu quando devo venire. Pure in mezzo alla strada lo posso

incontrare: avvocato è».
Colloqui in cui il capomafia si lasciava andare anche ad altre considerazioni: «Berlusconi non può pensare solo a lui, ai suoi processi, deve risolvere anche i nostri problemi». Più gravi ancora le rivelazioni del pentito Francesco Campanella, il prototipo del neo-mafioso che si inserisce nella politica, candidandosi alle elezioni e inserendosi nelle istituzioni. Campanella ha raccontato che durante un pranzo romano in un ristorante presso Campo de Fiori Romano gli chiese i voti in termini ultimativi: «Siamo della stessa famigghia». Il deputato siciliano non ha smentito, data la presenza di altri testimoni, si è limitato a precisare: «Intendevo dire la stessa famiglia politica, veniamo entrambi dalla Dc». Ora i pm potrebbero richiedere l’archiviazione per motivi tecnici, scadenza dei termini. Ma il peso delle indagini si fa sentire, ora che in gioco c’è il grande salto: nonostante l’appoggio di Alfano e Renato Schifani per farlo entrare nel governo dalla porta principale, anche in funzione anti-Raffaele Lombardo, non è detto che al Quirinale facciano i salti di gioia di fronte alla nomina di un ministro a rischio.

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