Il grano della Cina


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di Paola Desai

La Fao lancia l’allarme. L’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura avverte che una grave siccità minaccia i raccolti in Cina, uno dei maggiori produttori di grano al mondo, oltre a provocare penuria di acqua potabile per la popolazione e per il bestiame. Si tratta della Cina settentrionale, con le sue grandi pianure coltivate a grano. Da ottobre le precipitazioni sono state molto sotto la norma, avverte la Fao, quindi anche la copertura nevosa è diminuita: e senza la neve, nulla protegge i semi dormienti nella terra dal gelo, che in quelle zone arriva a meno 18 gradi centigradi. Se la siccità (e il freddo, anche questo superiore alla norma) dovesse prolungarsi nella primavera, per i raccolti sarà il colpo finale, dice l’allarme fatto circolare ieri dalla Fao – per la precisione dal suo «sistema globale di informazione e allarme precoce», o Giews. Avverrte l’organizzazione dell’Onu: le province colpite da siccità fanno oltre il 60% della superfice coltivata a grano, e circa due terzi della produzione. Più precisamente sono in pericolo oltre 5,16 milioni di ettari sui circa 14 milioni coltivati a frumento, e oltre 2 milioni e mezzo di persone (e 2,7 milioni di capi di bestiame) hanno scarsità di acqua da bere. 
La Cina, paese che da decenni ha conquistato l’autosufficenza alimentare, ha di sicuro i mezzi per far fronte all’emergenza di un raccolto mancato: ma quello che preoccupa la Fao è il contraccolpo sul mercato alimentare mondiale.
I prezzi del grano stanno già lievitando ovunque – un economista come Paul Krugman commentava l’altro giorno che il costo dei generi alimentari è una delle regioni dell’esplosione di proteste in Tunisia, in Egitto e altrove nel mondo arabo, la scintilla che ha fatto esplodere il dissenso a regimi autoritari, corrotti e nepotisti.
Ora, se un paese popoloso come la Cina deve ricorrere a importare grandi quantità di cibo per corpire il fabbisogno interno, i prezzi sul mercato internazionale inevitabilmente aumenteranno ancora – quindi aumenterà il costo delle importazioni alimentari per altri paesi dalle economie meno forti di quella cinese. Proprio come è già successo con le lunghe ondate di siccità in australia (altro grande produttore di grano), o l’estate scorsa quando caldo e incendi hanno fatto calare i raccolti in Russia e Ucraina, che hanno quindi diminuito le loro esportazioni.
I media in Cina riflettono l’allarme, descrivendo la siccità in termini molto gravi. «Un livello minino di piogge e nevi quest’inverno ha danneggiato le maggiori regioni agricole cinesi, lasciando molte zone inaridite», scriveva lunedì l’agenzia ufficiale Xinhua: «La produzione agricola sta crollando, e la peggiore siccità degli ultimi sei anni non da segno di attenuarsi».
La Fao dice che gli effetti della siccità sono stati in qualche modo mitigati da progetti pubblici di irrigazione, ma neanche questi possono molto contro l’effetto combinato del clima arido e del gelo. Intanto il governo di Pechino ha stanziato l’equivalente di 15 miliardi di dollari per aiutare gli agricoltori sovvenzionando sia il reddito delle persone, sia l’acquisto di diesel, fertilizzanti e pesticidi agricoli. Una corsa ai ripari, per aiutare la Cina agricola a uscire dall’emergenza della siccità.

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