Berlino sbaglia i suoi conti


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Il patto di competitività proposto da Angela Merkel sembra un tentativo di Berlino di imporre le sue regole a tutta l’Europa. In realtà le sue conseguenze saranno l’avanzamento del federalismo e il rafforzamento della Commissione europea.

A quanto pare, David Cameron non si è sentito a disagio al summit di venerdì scorso della Ue quando gli è stato presentato il piano franco-tedesco per un’Europa federale. Noto ufficialmente come “patto per la competitività”, questo insieme di proposte è stato presentato con orgoglio dal presidente Sarkozy e dalla cancelliera Merkel come la bozza di un “governo economico europeo”.

Il patto armonizza sei aree molto controverse della politica economica e sociale dei paesi della zona euro: le imposizioni fiscali a carico delle aziende, i sistemi pensionistici, la contrattazione dei salari, le qualifiche nel settore dell’istruzione, i limiti dell’indebitamento pubblico e i regimi di gestione per risolvere le crisi delle banche indebitate.

Considerato il background euroscettico di Cameron, la sua mancata opposizione potrebbe sembrare strana. Perché il governo britannico è apparso così tranquillo di fronte a questo decisivo passo in avanti dell’Ue verso il federalismo? La risposta va cercata in un malinteso di proporzioni storiche: l’idea che il progresso del federalismo economico sia ormai l’inevitabile risposta alle crisi finanziarie di Grecia, Irlanda e Spagna, innescate dalla stretta creditizia del 2008.

La speranza di Whitehall è che questo programma di centralizzazione venga abbandonato una volta che la crisi sarà terminata. Ma le probabilità indicano per lo più il contrario. Le nuove istituzioni e gli accordi ispirati dalla crisi dell’euro saranno elementi permanenti del panorama politico europeo, e continueranno a svilupparsi nel governo federale che Jacques Delors, Helmut Kohl e Margaret Thatcher considerarono l’inevitabile conseguenza dell’unione monetaria.

Il programma presentato al summit della settimana scorsa illustra perfettamente questo processo. La proposta armonizzazione delle politiche fiscali, sindacali e pensionistiche non è pertinente con la crisi dell’euro e non farà niente di particolare per rendere la Grecia o l’Irlanda più affidabili. Al contrario: l’Irlanda subirebbe una fuga di capitali e di occupazione se fosse costretta a uniformare le proprie aliquote d’imposta per portarle ai livelli di quelle di Germania e Francia.

Invece di permettere ai paesi poveri di diventare più competitivi sfruttando la manodopera a basso prezzo, l’unificazione della contrattazione salariale in tutta Europa implicherebbe la creazione di un meccanismo di protezione degli alti stipendi tedeschi e francesi e delle spese sociali. In sintesi, le proposte della settimana scorsa non sono un tentativo di risolvere la crisi dell’euro, quanto di sfruttare quest’ultima per portare avanti un’agenda federalista ferma da anni.

La Germania, in particolare, ha visto nella crisi l’opportunità di promuovere la propria visione di un’Europa federale, nella quale tutti i paesi membri siano obbligati a rispettare rigidi parametri di bilancio e una contrattazione uniforme dei salari, come pure a fornire una generosa rete di benefit sociali e imporre tasse relativamente alte, necessarie a pagarli. Per molti aspetti è un modello attraente, ma è improbabile che funzioni nei paesi più poveri dell’Europa centrale e meridionale.

La Commissione avanza

Se al momento è la Germania ad avere il coltello dalla parte del manico, è anche vero che i rapporti di potere cambieranno rapidamente se e quando si riuscirà ad arginare la crisi dell’euro. Una volta che la Germania avrà firmato garanzie finanziarie per i debiti degli altri paesi della zona euro, le condizioni politiche che chiederà in cambio risulteranno stemperate. È quasi certo, per esempio, che le presunte sanzioni “automatiche” in caso di violazione delle regole di budget che la Germania potrebbe ottenere in cambio delle garanzie finanziarie saranno presto ignorate, proprio come la clausola anti-bailout secondo cui i membri della zona euro non garantiranno mai i debiti degli altri.

Altrettanto dicasi quando Berlino insiste che l’armonizzazione dell’Ue dovrebbe essere gestita dai vertici dei leader nazionali piuttosto che dai commissari Ue. La Commissione costituisce l’unico meccanismo per l’attuazione delle decisioni intergovernative e tutto sembra suggerire che presto conquisterà il controllo totale. Oltretutto, gli altri membri della zona euro sono decisi a non farsi comandare dalla Germania, e tanto meno da un direttorio franco-tedesco. Essi faranno di tutto perché la responsabilità del “governo economico” sia trasferita rapidamente alla Commissione, una volta che la Germania avrà firmato le garanzie per la stabilità finanziaria dell’euro e avrà così perso il suo potere di veto.

A proposito di veto, torniamo alla posizione della Gran Bretagna. Il governo britannico trova molto rasserenante la preferenza dei tedeschi per i meccanismi intergovernativi e non è turbato dagli sviluppi che riguardano la sola zona euro. È tuttavia illusorio pensare che la Gran Bretagna possa continuare a sfuggire a un’ulteriore integrazione. Quando i 17 paesi membri della zona euro si sposteranno verso un’unione economica e politica, gli interessi di questo blocco coeso diventeranno sempre più preponderanti in tutte le istituzioni dell’Ue.

I paesi che non appartengono alla zona euro, e soprattutto la Gran Bretagna, dovranno a quel punto affrontare un’Europa a più velocità, che avrà un nucleo federale pienamente integrato e una coalizione molto meno coesa di partner commerciali. La visione di un’Europa più sciolta è encomiabile, ma è proprio quella che i governi britannici che si sono susseguiti al potere da decenni hanno fatto di tutto per evitare. Ormai questa realtà è un dato di fatto. (traduzione di Anna Bissanti)

 

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