La Svezia corre e torna a far scuola


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Riccardo Sorrentino

Anders Borg è stato sincero. «Non penso che la Svezia potrà continuare con questa crescita, l’anno prossimo e il successivo», ha detto il ministro dell’Economia di Stoccolma al forum di Davos. Nessuno si è però stracciato le vesti: dopo il + 5,5% nel 2010, e il previsto 4,4% nel 2011, un rallentamento – a un invidiabile 3,4% – è nell’ordine delle cose. Soprattutto, non toglie nulla ai successi del paese.
Solo qualche mese fa anche la Svezia era in crisi come e più di altri paesi. L’attività economica, dal suo massimo al minimo, si è contratta di quasi otto punti percentuali, ed era minacciata dall’andamento della domanda mondiale, a cui il paese è molto sensibile: il commercio estero è pari al 90% del Pil. Più di ogni altra cosa preoccupava però la salute delle banche, molto esposte – per il 350% del Pil – verso l’estero e in particolar modo verso i paesi baltici: l’Estonia, la Lettonia e la Lituania che hanno subito pesanti recessioni, con flessioni del Pil fino al 20 per cento.
La risposta della politica, in questo caso, è stata rapida ed efficace: la Riksbank, una delle banche centrali più trasparenti ed efficaci del mondo, ha portato i tassi allo 0,25% e ha più che triplicato le dimensioni del bilancio da 200 a 708 miliardi di corone (oggi è però a 327 miliardi) fornendo liquidità a scadenze più lunghe del normale. La politica fiscale è intervenuta a sostegno diretto di quei mercati che nelle crisi non riescono a tornare “in equilibrio” o comunque in acque tranquille da soli e rapidamente, e minacciano così tutta l’economia: il settore finanziario e il mercato del lavoro. Ai disoccupati – che hanno raggiunto punte del 30% tra i giovani – sono stati forniti training e informazioni sui posti disponibili mentre sono state abbassate le tasse sul lavoro (anche quelle a carico delle aziende). Senza mettere sotto stress i conti pubblici: il debito è pari al 38% del Pil.
Tutto merito dell’esperienza. Negli anni 90 il paese – e la Norvegia, anch’essa riemersa in modo brillante dalle recenti difficoltà – ha affrontato una crisi bancaria che continua a fare scuola e che gli Stati Uniti non hanno voluto seguire davvero per motivi sostanzialmente ideologici: è apparsa troppo “socialista”. Dopo una stagione di riforme liberali varate dai socialdemocratici, la Svezia è però guidata dal 2006 da una coalizione liberal-conservatrice, che ha dato sostegno al mercato senza toccare troppo il welfare state (peraltro molto meno invasivo, nel suo modus operandi, di quello americano).

Oggi il paese può quindi, e ancora una volta, proporsi come un modello senza mettere in dubbio, come invece ha fatto David Cameron – sul quale grava però tutto il peso del thatcherismo – i passi compiuti per liberarsi dalla cattiva politica economica. A cominciare per esempio dall’inflation targeting, che in Svezia si è comportato piuttosto bene.
La politica svedese non è quindi caduta nella trappola. Ha saputo evitare l’interventismo eccessivo e disordinato; e ha ignorato persino gli inviti dell’ultra Lars E.O. Svensson, vicegovernatore della Riksbank ed esperto mondiale di politica monetaria, che chiedeva maggior coraggio, e politiche più espansive, da parte della banca centrale.
La Riksbank è rimasta concentrata sulle prospettive dell’inflazione, preoccupata anche dall’andamento dei prezzi delle case. Oggi, con i prezzi alla produzione mai così veloci da 15 anni, l’attività manifatturiera in surriscaldamento e il costo della vita (al +2,3%) che ha superato la “velocità di crociera” (il 2% obiettivo dell’autorità monetaria), la moderazione della Riksbank, che ha da tempo iniziato la marcia indietro verso la normalità e ha iniziato ad alzare i tassi per tempo, diventa un punto di forza del paese: una piccola economia aperta, sulla carta più vulnerabile dei big del pianeta.

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