Il Laos segue la via del capitalismo cinese aprendo la sua Borsa


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di Massimo Morello

“Bo pen nhang”, non preoccuparti, prenditela calma: è la frase più ricorrente nel lessico lao. Forse è grazie a questa filosofia che i sei milioni di abitanti di questo piccolo paese sono riusciti a sopravvivere ai bombardamenti americani durante la cosiddetta “guerra segreta” condotta parallelamente a quella in Vietnam. Tra il 1964 e il 1973, per bloccare le linee di rifornimento dal nord al sud del Vietnam lungo il Sentiero di Ho Chi Minh attraverso il Laos, vi sono state sganciate più bombe pro capite che in ogni altro conflitto.

Se la sono presa calma anche l’11 gennaio scorso, quando è stato ufficialmente aperto ilLao Securities Exchange (Lsx), la prima borsa a operare in Laos. Il volume di scambi è stato di circa 2 miliardi e 14 milioni di kip (la valuta locale), pari a circa 194.801 euro. Sono state trattate le azioni di due sole compagnie statali: la Banque Pour Le Commerce Exterieur Lao e la Électricité du Laos Generation Company (su cui puntano gli investitori locali).
L’obiettivo è molto più ambizioso: 8 miliardi di dollari di vendite in azioni e obbligazioni per finanziare gli investimenti nel paese. «Spero che gli investitori sosterranno gli sforzi della nostra borsa» ha dichiarato Dethphouvang Moularat, direttore della LSX dopo la semplice cerimonia d’apertura. Speranza condivisa da Lorraine Tan, direttore della “equities research” della Standard & Poor di Singapore: «La Borsa consentirà una fonte alternativa di capitali e una partecipazione allargata alla crescita. Un mercato del capitale sarà certamente d’aiuto allo sviluppo».

Per gli analisti dell’area, in realtà, l’apertura della borsa ha soprattutto una valenza simbolica, può trasformare il Laos da nazione “land-locked” a “land-linked”, da paese chiuso a paese connesso, incoraggia i dirigenti del partito comunista Lao a seguire la via del capitalismo cinese. Lo dimostra la costituzione stessa della LSX, joint venture tra la banca centrale del governo Lao (51% del capitale) e la sudcoreana Korea Securities Exchange (che ha investito nell’operazione 9.8 milioni di dollari, soprattutto in tecnologie, formazione del personale nonché nella costruzione dell’LSX building). Il palazzotto dalla facciata a vetri in Khamphaengmeuang boulevard, che dovrebbe costituire il financial district di Vientiane, è discosto dal centro storico e dalla riva del Mekong, quasi a voler segnare un distacco dall’immagine rilassata della capitale della Lao PDR, la People’s Democratic Republic, che molti traducevano con Please Don’t Rush, si prega di non correre. Il governo, invece, sembra intenzionato ad affrettarsi: nei prossimi cinque anni vuole rastrellare fondi per circa 15 miliardi di dollari, di cui il 50-60% dovrebbe provenire da investimenti privati, in modo da portare la crescita del prodotto interno lordo all’8%. Entro il 2020, ha annunciato il primo ministro Bouasone Bouphavanh, il Laos dovrebbe essere in grado di emergere dalla lista Onu delle nazioni meno sviluppate (il reddito medio annuo è di circa 640 euro) per entrare in quella della World Trade Organization.

Se tutto ciò sarà possibile, è perché il Laos è potenzialmente uno dei maggiori esportatori di energia in una regione che ne consuma sempre di più. È stato definito la “batteria idroelettrica” del Sud-est asiatico. Il governo, sostenuto dalla World Bank e dalla Asian Development Bank, assicura che i progetti di dighe sul Mekong genereranno guadagni di miliardi di dollari da investire nell’educazione e nella sanità. Secondo le organizzazioni ambientaliste, invece, il costo sociale di queste imprese sarà molto più alto, costringendo le popolazioni rivierasche al trasferimento (spesso forzato) e distruggendo un’economia rurale senza offrire alternative. Sono contestazioni destinate a essere sommerse, come molte terre, dai bacini idroelettrici richiesti dalla Cina, divenuta il primo partner economico del Laos, con investimenti che hanno raggiunto i 2.9 miliardi di dollari.

L’unico, reale cambiamento nel modello di sviluppo potrebbe essere sostenuto dal Vietnam, per lungo tempo il maggior sostenitore del Laos, che teme sia le conseguenze ecologiche delle dighe sull’alto corso del Mekong, sia la crescente influenza cinese. In ciò potrebbe a sua volta essere appoggiato dalla nuova politica dell’amministrazione statunitense, che appare intenzionata a ristabilire la sua influenza in sud-est asiatico. Il problema è che in Laos le agenzie di aiuti americane quali la Usaid soffrono di un forte problema d’immagine: ricordano la copertura alle attività della Cia che negli anni ‘60 e ‘70 sostenne i guerriglieri anticomunisti di etnia Hmong (per poi abbandonarli al loro destino di esuli o perseguitati in patria). A titolo di rassicurazione lo scorso anno era stato arrestato negli Stati Uniti il generale Hmong Vang Pao, accusato di voler sovvertire il regime Lao. La sua recente scomparsa, ha eliminato l’ultimo testimone scomodo della guerra segreta e potrebbe aver facilitato la ripresa delle relazioni economiche. Se ciò accadesse, il Vietnam si sentirebbe più tranquillo sul suo fronte occidentale e si troverebbe in una posizione di maggior forza nelle trattative con la Cina.

Alla fine, forse, i Lao, cominciano a capire che possono gestire al meglio la situazione giocando sulle rivalità dei confinanti. Forse è in nome di un rinnovato orgoglio nazionale che, pochi giorni prima della sede dell’Lsx è stata inaugurata un’altra opera: la gigantesca statua di re Chao Anouvong, commissionata dal Partito Comunista per celebrare il 450° anniversario della capitale. Nel 1828 re Chao Anouvong fu sconfitto dai siamesi (gli attuali thai), ma da allora è considerato l’eroe di tutte le lotte nazionali contro ogni imperialismo.

 

 

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