Euro, ripresa, Egitto: prima intervista a Profumo


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di Gianni Riotta

Ai lavori del World Economic Forum di Davos, fondato dal professor Klaus Schwab, ha partecipato come da tempo il banchiere italiano Alessandro Profumo. Impegnato in varie sessioni, attivo anche nei capannelli di vecchi amici al caffè del Global Village, dove spesso nascono gli scambi di idee più proficui, e in una lunga serie di incontri riservati, Profumo ha accettato di condividere in questa intervista con Il Sole 24 Ore, la prima concessa dopo l’addio a UniCredit, le sue riflessioni sulla fase economica e internazionale.

Dottor Profumo, Davos rappresenta un po’ gli esercizi spirituali del mondo globale. A che punto ha trovato la meditazione di banchieri e uomini d’azienda dopo la crisi del 2008?
L’umore prevalente è di maggiore ottimismo rispetto a un anno fa. Allora scenari estremi di crisi sembravano, se non probabili, almeno non impossibili: adesso ci si interroga sulle questioni del giorno – i tassi saliranno o no? per esempio – ma nessuno prevede nuove catastrofi a breve. Non si sono sentiti guru anticipare “double dip”, crisi a W, recessione dietro l’angolo, deflazione con decennio perduto alla giapponese. Si sono sentite domande, certo ancora preoccupate ma pragmatiche: torneremo a crescere, e di quanto, molto o poco, e con che distribuzione geografica sul globo?

C’è stata schermaglia tra Usa ed Europa. Trichet della Bce è sembrato indicare che i guai maggiori sono in America, il segretario del Tesoro di Obama, Tim Geithner, ha indicato con timido garbo che forse l’austerità europea può essere pericolosa. Come stanno gli Usa, secondo lei?
La scorsa settimana Wall Street è tornata ai valori precedenti la crisi. Le aziende Usa stanno, se non bene, decisamente meglio. I dati dell’ultimo trimestre 2010, 3,2% di crescita, son buoni: e vedremo che effetti avranno gli accordi tra Casa Bianca e Congresso su detassazione del lavoro e ammortizzatori sociali. Gli Stati Uniti ripartiranno anche sul lavoro, le aziende investono e possono scaldarsi i consumi. Se le Borse tengono, l’ottimismo si diffonderà: da sempre l’America è sensibile alla ricchezza da asset finanziari. E la demografia, con un’immigrazione che malgrado la stretta della nuova legge in Arizona continua anche con personale qualificato, resta buona, grazie soprattutto alla comunità ispanica.

L’Europa ha difeso il proprio modello economico con grinta: l’hanno persuasa i leader dell’Unione?
In Europa l’uscita dalla crisi sarà più laboriosa. In Germania l’occupazione è risalita (e quindi per noi italiani, che lavoriamo un po’ come outsource per Berlino, il ricasco sarà positivo) ma la periferia resta turbolenta. Dalla Spagna alla Grecia il problema della crescita anemica non lascia ben sperare. La scarsa crescita, s’è parlato di crescita internazionale a tre velocità, 6% nei paesi nuovi, oltre 3 per gli Usa, intorno al 2 per l’Europa, e il saldo demografico negativo sono ulteriori motivi di preoccupazione per il vecchio continente.

Tutti han parlato di euro, con preoccupazione, speranza, orgoglio, cinismo. Il presidente Sarkozy e la cancelliera Merkel hanno giurato con passione che non cederanno mai sulla divisa comune. Retorica o realtà?
È sembrato a tratti, dai discorsi del presidente francese Sarkozy a quelli della cancelliera tedesca Merkel, come dai ministri Lagarde e Schäuble, che la volontà di difendere la valuta comune europea sia addirittura un’ossessione. Poiché vari critici e osservatori internazionali, finanziari o tra i media, considerano l’euro in bilico, l’asse franco-tedesco ha battuto con forza sullo slogan unico: l’euro è l’Europa, l’euro non si tocca. E poiché tutti son consapevoli che la crisi dell’euro non potrebbe che nascere in mancate risposte politiche, prima ancora che dalle manovre dei mercati, allora la forza di Parigi e Berlino nel battere sulla stessa risposta lascia prevedere novità. È probabile che i paesi dell’Unione europea che aderiscono all’euro finiscano con l’adottare forme comuni di “bilancio europeo”, in cui i budget dei singoli paesi vengano, vedremo poi con quali modalità, discussi in anticipo a Bruxelles.

Tra Banca centrale europea di Trichet e Federal Reserve di Bernanke c’è stato una sorte di derby Austerità-Stimolo, con tanti economisti, da Martin Wolf a Xavier Sala i Martin, da Moisés Naìm a Raghuram Rajan, a contendere in punto di dottrina. Chi ha ragione?
In vari incontri è stato studiato il differente approccio tra la Banca centrale europea di Trichet e la Federal Reserve di Bernanke. Una contraddizione non solo di politica monetaria, ma quasi culturale, filosofica. A tratti sembra che ci sia la gara a chi sia il “meno peggio” non il migliore, con gli americani e gli europei ad accusarsi a vicenda. Gli Usa hanno ancora il vantaggio strategico del dollaro, divisa di riserva e pagamento. L’Europa sta provando a creare la stessa linea strategica con l’euro, come strumento parallelo. Il guaio è il debito europeo. Perché alla fine Washington può manovrare con un unico timone, in mano a Bernanke, mentre le divergenze tra le capitali europee indeboliscono l’euro.

Brics, paesi emergenti, nuove economie: le delegazioni di India e Cina hanno disdegnato il look casual sulla neve, niente piumini e stivali, ma cappotti grigi e mocassini italiani neri: si son comportati da leader del XXI secolo, non da “emersi”.
La vera novità del World economic forum di Davos è stata la nuova personalità e filosofia dei paesi emergenti. Come ha scritto sul Financial Times, e ripetuto nei seminari, lo studioso dell’Università di Singapore Kishore Mahbubani, non c’è più timidezza nell’approccio di Cina, Russia, India, Brasile. È chiaro che sono loro a crescere dinamicamente e si sono mossi come coloro che, davvero, tengono la regia del mondo. L’orgoglio asiatico e brasiliano ha rivelato una nuova consapevolezza. Per nulla arrogante, e senza neppure i tic del nouveau riche, questa dimensione globale asiatica ha impressionato i protagonisti dell’economia. Come dire: questo è ormai il nostro show e lo dirigiamo noi alla pari con voi, senza subalternità.

In ogni seminario, dall’economia all’ambiente, dagli scenari strategici di guerra internazionale, dalla riforma delle banche nessun oratore ha dimenticato di interrogarsi o esprimersi sulla Cina. Pechino crocevia del secolo?
I leader cinesi hanno mostrato di stare riflettendo sulla transizione in corso, con il forte sviluppo economico e le ricadute sociali nel loro paese. Devono bilanciare la crescita, equilibrandola con una coesione sociale che non crei scompensi e disordini. La stessa consapevolezza li muove sul piano valutario, anche generando scelte che in Occidente vengono considerate non eque. Sanno di avere un nuovo ruolo nel mondo, ma intendono seguire tempi lunghi, magari non eterni, per ragionare di valuta negoziabile. A breve non si muoveranno, Hu Jintao l’ha detto a Obama e tutti i cinesi lo ripetono, abbiamo salvato da poco un miliardo di esseri umani dalla povertà e non possiamo peccare di troppa fretta.

Se nelle delegazioni cinesi colpiscono serietà e intensità, in quelle indiane il tono è più affabile, caloroso, fino all’idea di regalare a tutte le signore scialli artigianali della tradizione. Non è che colpiti dalla potenza cinese dimentichiamo l’India?
La festa finale di Davos è stata dedicata all’India, con immagini straordinarie della natura del sub continente, la giungla con le tigri, le spiagge immense, le coltivazioni secolari, ad avvolgere la sala. E lo slogan scelto dagli indiani per comunicare con il World economic forum, «Inclusive growth», crescita capace di includere, non di escludere, raccoglie la saggezza del paese. Se a lungo la crescita economica, in occidente come in oriente, è stata accusata di aumentare le distanze sociali tra le classi, una crescita “inclusiva” è come una nuova filosofia del XXI secolo e in tanti ne sono stati impressionati.

La Russia ha scelto toni morbidi con il giovane presidente Dmitrji Medvedev, che ha chiamato la sala a un minuto di raccoglimento in memoria dei morti nell’attentato di Mosca. Perché?
È vero, a Davos Mosca si è presentata con il volto suadente, moderato, occidentale del giovane presidente Medvedev che ha commosso chiedendo alla sala un minuto di raccoglimento in memoria dei morti nell’attentato terroristico nella capitale russa. Stavolta la Russia ha saputo mandare nel mondo voci più accettate in occidente. Anche il nuovo sindaco di Mosca, Sergei S. Sobyanin, succeduto a Yuri M. Luzhkov, ha insistito sui temi di moderazione, parlando di social network e blog per i cittadini. Conclusione? Gli ottimisti dicono se fanno la metà di quel che han promesso va già bene. I pessimisti restano cauti.

Di che cosa non s’è parlato, quale voci son mancate all’agenda globale?
Il lavoro è stato il grande buco nero del summit economico a Davos. Benché la disoccupazione sia tema cruciale in Europa e negli Usa, soprattutto tra le giovani generazioni, si è parlato poco o nulla di creare lavoro, e si è solo accennato alla «jobless recovery» la crescita senza creazione di posti. È un errore, un vuoto da riempire, non solo perché senza lavoro non ci sono consumi e ripresa, ma perché rischiamo di abbandonare nel vuoto milioni di ragazzi e ragazze.

Il premier inglese David Cameron, giovane e gentile, ha spiegato così la sua nuova società: cardine su scuola, ricerca e innovazione per dare speranza proprio alle giovani generazioni. È la scuola la chiave dello sviluppo?
Il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono ha portato al 20% la percentuale di bilancio del suo paese destinata a scuola ed educazione. E ovunque è apparso chiaro come i governi più dinamici investano in ricerca e start up, come miglior creatore di posti di lavoro per milione di dollari speso. I dati della London School of economics sull’educazione digitale e le nuove opportunità di rafforzamento della cultura, tra gli studenti e i lavoratori hanno persuaso tanti: è la strada futura del servizio ai cittadini.

Poi d’un tratto ci siam tutti fermati a guardare sugli schermi tv, sui portatili, sui Blackberry le notizie dall’Egitto e la speranza di ripresa economica ha lasciato posto alla preoccupazione per le vite in pericolo al Cairo e i disordini che potrebbero spazzare le strategiche strade di comunicazione del Nord Africa.
L’umore del vertice è cambiato con il diffondersi delle notizie sulla rivolta in Egitto, seguita alla deposizione di Ben Ali in Tunisia. Molti leader si son chiesti se la crisi in Nord Africa non possa innescare uno tsunami economico di proporzione perfino maggiori a quelle seguite alla crisi Lehman. L’analisi storica s’è appuntata sul precedente dello Shah di Persia, l’Iran. Per anni fu sostenuto dall’occidente come alleato, ma trascurando libertà e sviluppo per la popolazione, finì sconfitto dal fondamentalismo islamico degli ayatollah. Non pochi si illusero allora che a Teheran la caduta di Reza Pahlevi potesse liberalizzare il paese, solo per essere presto smentiti dalla Storia. Accadrà lo stesso in Egitto? Il governatore della Banca centrale tunisina mi ha rassicurato, la transizione non sarà violenta in Nord Africa. L’occidente, Stati Uniti ed Europa, dovrebbe evitare di non impegnarsi, come ha suggerito l’ex presidente messicano Zedillo. Senza farsi strumentalizzare dai fondamentalisti, o peccare di ingerenze che potrebbero sembrare neocoloniali agli occhi dei dimostranti, si dovrebbero avviare programmi di sviluppo economico e sociale condivisi per creare infrastrutture, materiali e civili, soprattutto nell’educazione. Il rischio altrimenti è restare stretti nella morsa tra regimi autoritari e rivolta fondamentalista, un rischio per la pace e la stabilità economica.

E l’Italia? A parte le battute nei corridoi è stata poco rappresentata e poco presente se non con i suoi imprenditori “globali” e qualche intellettuale. Nei suoi colloqui privati che giudizi ha ascoltato sul nostro paese?
Il ministro Giulio Tremonti è stato, dal programma, l’unico uomo politico a partecipare, e alla sessione fuori programma dedicata al futuro del nostro paese – di cui lei e il presidente Eni Roberto Poli avete tirato le conclusioni – sono intervenuti solo pochi stranieri, con la sensazione diffusa di un paese ripiegato su se stesso. Mentre i dati economici non sono tutti negativi, crescita al di sotto della media europea ma con un debito sotto controllo e un debito privato non rilevante, la dinamica politica è apparsa bloccata intorno alle vicende del primo ministro Silvio Berlusconi e purtroppo assai poco suscettibile a riforme strutturali in tempi brevi. E a quelle riforme il mondo ci attende, con purtroppo crescente impazienza.
gianni.riotta@ilsole24ore.com

twitter@riotta

 

 

Un Commento

  1. In Egitto ci sono disordini, la guerra civile nelle capitali e nei paesi occidentali a trovare una posizione comune. Alcuni, come il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon chiede libere elezioni subito, mentre il primo ministro italiano Silvio Berlusconi Mubarak rinforza la schiena. Forse è una buona cosa, perché alla fine deve decidere il popolo egiziano, come procedere lì. Ai miei occhi questo Mohamed ElBaradei solo uno che ora vuole saltare sul treno in movimento alla polvere, a volte velocemente presidente. Lui è nei miei occhi non è la legittimità democratica.

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