Equilibrio precario tra conti in ordine e pace sociale


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Paolo Migliavacca

Ci fu un tempo – neppure tanto lontano, risalendo agli anni 80 del secolo scorso – in cui le “rivolte del pane” erano chiamate le “rivolte del Fondo monetario”. Il perché è facile da capire: al primo segnale di conti pubblici poco in ordine, il Fondo inviava una missione di studio nel paese in questione. Poi – come ricordò Joseph Stiglitz nel 2001 nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per l’economia – ogni ministro riceveva il medesimo piano d’azione, sempre articolato in quattro fasi: privatizzazioni, liberalizzazione del mercato dei capitali, sistema dei prezzi interni “market oriented” (che generava invariabilmente, osservava con ironia Stiglitz, la “fase tre e mezzo”, cioè le cosiddette rivolte del Fondo) e infine, all’ultimo stadio, la “strategia per la riduzione della povertà”, cioè il libero scambio.
Una sequenza forse dotata, sul piano teorico, di efficacia nel raddrizzare bilanci dissestati, ma i cui effetti deleteri, peraltro quasi automatici, non erano ignoti allo stesso Fmi. Un’inchiesta del 2001 di The Observer, riguardante un’ispezione effettuata in Ecuador due anni prima sotto l’oscuro nome di “Interim Country Assistance Strategy”, scoprì infatti un documento in cui il Fondo ammetteva che l’applicazione dei quattro punti poteva causare “agitazioni sociali”.
Se il numero (ma non la gravità) delle rivolte è alquanto scemato con gli anni, il merito va attribuito non a un ripensamento della strategia del Fondo monetario, quanto al suo più ridotto ruolo internazionale. Trent’anni fa il placet del Fmi, in genere espresso attraverso l’apertura di una propria linea di credito condizionale, era di fatto indispensabile per accedere al sistema creditizio internazionale: senza un accordo-quadro con il Fondo, nessuna banca o stato sovrano occidentale concedeva prestiti, nel timore che si trasformassero in denaro inesigibile.
Di fatto, sul sistema giocava un forte ruolo la necessità dei paesi industrializzati, grandi importatori di petrolio, di far rientrare nelle loro casse la maggior quantità possibile di “petrodollari” erogati per acquistare un “oro nero” che si faceva sempre più caro: nel 1980 le entrate dell’Opec ammontavano a oltre 670 miliardi di dollari attuali, un valore quasi pari a quello odierno (660 miliardi nel 2010, ma svalutati di oltre il 180%). Il sistema escogitato per “raffreddare” questa enorme massa di denaro fu infatti l’inflazione (intorno al 9-12% annuo all’inzio degli anni 80), con conseguenti elevati tassi d’interesse sui crediti e un simultaneo crollo dei corsi delle altre maggiori materie prime. I paesi in via di sviluppo, presto alle prese con difficoltà di bilancio, erano costretti a ricorre al Fondo. Innescando il circolo vizioso accennato.

Oggi la realtà è diversa. La massa di denaro circolante (circa 4mila miliardi di dollari il totale mondiale più attendibile) e la moltiplicazione dei centri di potere finanziario consentono di scegliersi i finanziatori. Che spesso fanno a gara non solo nel concedere crediti, ma anche nelle condizioni di favore. Ma la debolezza generalizzata di molte valute e dei relativi sistemi-paese ha riaffermato la necessità di tenere i conti in ordine. Trascurando a volte gli effetti sociali. Fino a che le masse di diseredati non mandano dalle strade chiari contrordini.

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