Dai khmer rossi ai khmer ricchi. La Cambogia punta agli investimenti esteri seguendo il modello cinese


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di Massimo Morello

“The Khmer Rouge are dead; the Khmer Riche rule”, i khmer rossi sono morti, i khmer ricchi governano. In un articolo di qualche mese fa il Times riprendeva un gioco di parole piuttosto diffuso nella Cambogia d’oggi. La contrapposizione è sin troppo facile. Da un lato i khmer rossi che tra il 1976 e il 1979 materializzarono in Cambogia l’inferno terrestre provocando la morte, direttamente o indirettamente, di 1.7 milioni di persone. Dall’altro la nuova generazione d’imprenditori e capitalisti che, tra il 2002 e il 2008 (prima dell’ultima crisi globale), secondo un rapporto della World Bank è stata protagonista di una crescita annua dell’economia del 9.5%.

È una contrapposizione tanto facile quanto ambigua: le figure possono coincidere. È il caso, ad esempio, del premier Hun Sen,perennemente in carica dal 1985 e che ha appena manifestato l’intenzione di ricandidarsi alle prossime elezioni del 2013. La sua carriera politica inizia nel 1978, quando diviene uno dei fondatori del Kampuchean United Front for National Salvation sostenuto dai vietnamiti. Ma prima ancora, e con lui diversi altri membri del Fronte, era un comandante dei khmer rossi. Per Hun Sen e i suoi compagni il passaggio di fronte era l’unico modo di sfuggire alle purghe scatenate da Pol Pot per preservare la purezza dell’Angka, “l’organizzazione” dei khmer rossi. Ecco perché molti khmer rossi si sono reincarnati in khmer ricchi e ancor più i loro figli: hanno iniziato una nuova vita con l’invasione vietnamita della Cambogia nel gennaio 1979. Come ha rilevato un osservatore locale «più ti avvicini alla cerchia di Hun Sen, più cresce il tuo conto in banca».

Devastata da decenni di guerra civile (gli ultimi santuari dei khmer rossi, nel nord del paese hanno deposto le armi nel 2000), la Cambogia resta una delle nazioni più povere del mondo: un terzo dei suoi 13 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro il giorno e circa 8 su 100 bambini muoiono prima di aver compiuto cinque anni. L’economia ufficiale dipende in gran parte dall’esportazione tessile e dagli aiuti internazionali (che rappresentano quasi la metà del budget nazionale), ma al tempo stesso si è sviluppata un’economia sommersa, o meglio: ombra, che si basa sulla corruzione, sul traffico illegale di legname, le concessioni di terreni o diritti minerari.

Oltre questa linea d’ombra, però, proprio perché l’economia sommersa può prosperare solo in un regime ultraliberista, il regime di Hun Sen ha anche creato condizioni favorevoli agli investimenti, trasformando la Cambogia in un mercato di frontiera. Grazie a una politica di facilitazioni fiscali e alla possibilità di detenere il totale controllo della società, senza bisogno di sponsor locali, in Cambogia sono stati investiti miliardi di dollari e continuano ad aprire nuovi cantieri. «È uno degli ambienti più competitivi del mondo» commenta Thomas Hundt, direttore di una delle otto compagnie di telefonia mobile che operano su questo territorio dove negli ultimi sette anni il numero di cellulari è passato da 690.000 a 8.5 milioni.

«La Cambogia potrebbe diventare la Svizzera del sud-est asiatico» commenta Tassilo Brinzer, ex photo-editor tedesco divenuto uno degli imprenditori cambogiani emergenti, attivo nella ristorazione (suo il bar-ristorante La Croisette, angolo di Costa Azzurra in riva al Mekong) e nell’editoria (con la rivista Southeast Asia Globe, divenuta riferimento per tutti gli espatriati e gli operatori economici dell’area). «Se riesci a evitare gli stereotipi, l’emozionale che suscita un paese come questo, puoi fare ottimi affari».

La sua opinione è confermata dal “Foreign Business Leaders Survey 2011”, indagine compiuta dall’Indochina Research, unica società indipendente di ricerche di mercato che opera in Vietnam, Laos e Cambogia. «Ci sono opportunità a lungo termine per le imprese che sono disposte a scommettere sulle possibilità dello sviluppo in Cambogia e ad affrontare i problemi di un paese ancora in costruzione. Sono tempi interessanti in un’economia in evoluzione: anche per questo il 93% degli imprenditori intervistati hanno espresso l’intenzione di continuare a investire qui» ha commentato Laurent Notin, general manager di Indochina Research.

Gli affari migliori, si concludono grazie al sistema delle “economic land concessions”: i terreni sono dati in concessione a condizione che siano utilizzati per lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro. Con questo sistema, dal 2005 ad oggi, il 15% del territorio nazionale è stato assegnato a compagnie private (un terzo delle quali straniere). In alcuni casi ciò ha determinato un notevole sviluppo dell’agricoltura che, in coincidenza con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, ha creato notevoli profitti. Il problema, ancora una volta, è che la maggior parte dei profitti finisce nelle stesse mani. Inoltre, come denunciano molte organizzazioni umanitarie, la concessione di terreni si sta rivelando un “mito dello sviluppo” e, anziché produrre ricchezza, impoverisce la popolazione: spesso i terreni dati in concessione sono stati sottratti ai piccoli agricoltori che vi si erano stabiliti da anni creando una nuova massa di emarginati e senza tetto.

In questa prospettiva la Cambogia sembra trovare una sponda più accondiscendente nel governo di Pechino. Il che le permette di prendere le distanze dal Vietnam, sempre più spesso visto come un alleato troppo invadente. Per l’ennesimo paradosso storico, i cinesi, i vecchi alleati dei khmer rossi, si rivelano oggi la potenziale alternativa a coloro che li avevano sconfitti riportando il paese nel corso della storia. Allo stesso tempo, gli americani, che avevano sostenuto l’ultimo governo di Pol Pot in funzione antivietnamita, oggi devono affidarsi agli ex nemici per poter contrastare la crescente influenza cinese nell’area. Ad avvantaggiarsene, potrebbe essere la Cambogia. Hun Sen può rivelarsi un maestro dello Sbaek Thom, il teatro delle ombre, colui che muove le marionette dietro un telo illuminato dal retro.

 

 

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