Delitto Rostagno, il processo 22 anni dopo il pm: “Tanti depistaggi e anomalie”


fonteChiusa dopo nove ore la prima udienza sull’uccisione del sociologo e giornalista fondatore della Comunità di Saman, assassinato dalla mafia per le sue inchieste giornalistiche. Due gli imputati: il capomafia di Trapani Vincenzo Virga, come mandante e Vito Mazzara, suo fedelissimo, come esecutore materiale. Il pm Paci: “Tanti depistaggi e anomalie, sparito un frammento di fucile”. La sorella Maddalena: “Ora la verità è più vicina”

di ALESSANDRA ZINITI

Delitto Rostagno, il processo 22 anni dopo il pm: "Tanti depistaggi e anomalie"Mauro Rostagno

In 28 avevano chiesto l’ammissione come parte civile, tra familiari, enti e associazioni, ma alla fine la Corte d’Assise di Trapani ha detto sì solo a 15 di loro. Tra questi, le figlie di Rostagno, Monica e Maddalena, la sorella Carla, la sua compagna Chicca Roveri e la prima moglie Maria Teresa Conversano. Ammesse anche l’associazione Saman, Provincia e Comune di Trapani, la Regione siciliana, l’Assostampa e l’Ordine dei giornalisti di Sicilia, le associazioni Libera e Antiracket di Trapani.

Si è aperto con una grande partecipazione di pubblico il processo per l’omicidio del sociologo e fondatore della Comunità Saman Mauro Rostagno. A 22 anni dal delitto, è il primo approdo dibattimentale di una vicenda che, come tanti delitti eccellenti, ha subito più di un depistaggio. Lasciata da parte la pista interna, negli ultimi anni la Dda di Palermo ha ridato vigore al filone d’indagine mafioso e ha portato a giudizio il capomafia di Trapani Vincenzo Virga come mandante e uno dei suoi uomini di fiducia, Vito Mazzara, che sarebbe stato uno dei tre esecutori materiali. Gli altri due, almeno per il momento, sono rimasti senza nome.

“Questo processo dovrà servire a fare luce sui tentativi, riusciti, di depistaggio e sulle anomalie che si sono registrate subito dopo l’agguato” ha detto il pm della Dda di Palermo Gaetano Paci aprendo formalmente il processo, “servirà a mettere un primo punto fermo, cioè la presenza di Cosa nostra e la sua compartecipazione rispetto ad altri protagonisti”. Poi ha sottolineato una “anomalia”: “Dopo l’omicidio non c’è stata più traccia di una borra di fucile”, cioè una componente dell’arma. La borra “fu trovata in occasione del rinvenimento di un’auto bruciata avvenuto a Valderice all’indomani dell’omicidio Rostagno”.

In aula anche una delle figlie di Rostagno, Maddalena, 37 anni, che ha guidato il corteo di giovani e delle associazioni che è confluito a Palazzo di giustizia per assistere alla prima udienza del processo. “Finalmente – ha detto – dopo 22 anni siamo in un’aula di giustizia. La verità è più vicina. Siamo qui al fianco di inquirenti perbene che hanno ottenuto il rinvio a giudizio per due imputati. Questa è l’unica possibilità per ricordare Mauro che era una bravissima persona. Aveva deciso di essere trapanese, come diceva e come ricordano tutti quelli che lo hanno conosciuto. Si era innamorato della Sicilia sin dagli anni Settanta”.

L’agguato avvenne il 26 settembre 1988, quando nella frazione Leni il sociologo-giornalista venne crivellato dalle fucilate di un commando. In compagnia della segretaria, Monica Serra, rimasta illesa, Mauro Rostagno aveva appena lasciato gli studi dell’emittente privata Rtc dove lavorava e in macchina stava rientrando nella comunità per il recupero di tossicodipendenti “Saman” . Era stato proprio Rostagno con la compagna Chicca Roveri e il giornalista Francesco Cardella, a fondare la struttura. La sua auto, una Fiat Duna, venne affiancata da un’altra macchina con tre sicari che fecero fuoco.

I primi passi dell’inchiesta andarono in una direzione sbagliata: quella di un omicidio scaturito da contrasti all’interno della comunità. La stessa Roveri fu arrestata e Cardella ricercato. Poi la “pista interna” venne abbandonata e cominciò a prendere consistenza quella di un delitto di mafia: Cosa nostra avrebbe deciso di eliminare il giornalista perché con i suoi commenti e le sue cronache televisive “dava fastidio”. Così, secondo alcuni pentiti, si sarebbero espressi i capi della mafia trapanese tra cui Francesco Messina Denaro, cioè il padre del boss Matteo, morto per cause naturali durante la latitanza. Virga sarebbe un uomo di Messina Denaro. In carcere sta scontando condanne per alcuni omicidi.

Decisivi sono stati, oltre alle dichiarazioni dei collaboratori, i risultati di una perizia balistica ordinata dai pm Antonio Ingroia e dallo stesso Paci che molti anni dopo il delitto hanno riaperto l’inchiesta. Una comparazione con le armi usate dai sicari di mafia ha accertato che Rostagno fu ucciso con lo stesso fucile impiegato per eliminare nel 1995 il poliziotto Giuseppe Montalto. In un caso e nell’altro il sicario si sarebbe dimostrato un tiratore infallibile. Come responsabile dell’agguato a Montalto è già stato condannato con sentenza definitiva Vito Mazzara, che amava definirsi “campione di tiro al piccione”.

La prima udienza si è chiusa dopo quasi nove ore, salvo due brevi interruzioni. Il presidente della Corte d’Assise di Trapani, Angelo Pellino, ha rinviato tutto al 16 febbraio per ascoltare i primi undici testimoni, tra cui ex investigatori in servizio quando fu ucciso Rostagno, medici legali e funzionari di polizia. Tra loro spicca il nome dell’ex capo della squadra mobile Rino Germanà, il commissario che collaborò con Paolo Borsellino e che 14 anni fa scampò ad un agguato mafioso. Saranno sentiti, tra gli altri, anche il medico legale Nunzia Montalbano e il funzionario di polizia Annamaria Mistretta.

(02 febbraio 2011)

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