La guerra dei chili


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La criminalità organizzata di tutto il mondo continua a guadagnare attraverso il traffico di droga. I sequestri sono uno goccia in mezzo al mare. La lotta ai cartelli ormai è persa
di Alessandro De Pascale

«Con i mezzi che abbiamo, la battaglia contro i trafficanti di droga ormai è persa». Parola del maresciallo Ercole D’Alessandro, esperto investigatore del Gruppo operativo antidroga (Goa) di Catanzaro che in tutto il mondo ha sequestrato centinaia di tonnellate di cocaina e tratto in arresto pericolosi latitanti.

Ma la droga che il Goa riesce a intercettare è una goccia in mezzo al mare rispetto a quella che la ’ndrangheta sbarca a Gioia Tauro, nascosta nei 3,5 milioni di container movimentati ogni anno nel porto. Si tratta soprattutto di cocaina ed eroina, perché la cannabis non conviene importarla, meglio coltivarla direttamente in Italia. Numerose la piantagioni industriali sequestrate dalla magistratura soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia, le regioni a tradizionale presenza mafiosa. Come quella con 180 esemplari di “cannabis indica”, oltre 130 chilogrammi, scoperta a luglio sul Monte Faito, nel napoletano, in una zona invisibile anche dagli elicotteri. Sul mercato avrebbero fruttato 120mila euro. Le cosche calabresi sono diventate la mafia più ricca e potente nel nostro Paese proprio grazie al traffico di stupefacenti. Famiglie come Marando, Trimboli e Pannunzi di Platì avevano infatti propri uomini in nazioni come la Colombia ed erano in contatto con i più importanti narcotrafficanti. Dai cartelli latinoamericani la ’ndrangheta comprava la cocaina che trasportava in Italia principalmente via mare per poi venderla alle altre organizzazioni mafiose in tutta la Penisola. Quasi tutta l’eroina arriva invece dai Balcani, importata dalle mafie locali.

Il mondo del narcotraffico è in costante evoluzione. «Oltre al carico di fine mese, ieri mi hanno offerto un affare e farebbero tutto loro, si tratta però di un impegno grande, dieci milioni di euro alla volta», spiega agli amici calabresi Alessandro Pannunzi, broker di cocaina delle ’ndrine. Parla dalla Colombia senza sapere che la telefonata è intercettata. Quando Pannunzi dice «farebbero tutto loro», si riferisce agli uomini della Santa alleanza balcanica: albanesi, kosovari, serbi e montenegrini, molti dei quali provengono dagli apparati paramilitari e di intelligence della ex Jugoslavia. Da tempo erano i monopolisti assoluti del traffico di oppiacei, visto che quasi l’80 per cento dell’eroina, dai Paesi produttori come l’Afghanistan, arriva in Europa tramite la cosiddetta “rotta balcanica”. Ma ora l’Alleanza è leader anche nel traffico di cocaina, soprattutto grazie a un accordo con i ribelli delle Farc colombiane che ha fatto andare su tutte le furie gli Stati Uniti. Il cartello balcanico è stato oggetto «di intense attività investigative non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Serbia», spiega la Direzione centrale servizi antidroga (Dcsa).

Soltanto il gruppo calabrese di Pannunzi avrebbe importato in Italia grazie all’Alleanza qualcosa come 2 tonnellate di cocaina al mese. Tanto che per la prima volta la relazione 2010 della Dcsa spiega che «è ormai accertato che gruppi criminali serbo-montenegrini gestiscono l’acquisto, il trasporto, lo stoccaggio e la distribuzione di grosse quantità di cocaina, inondando i mercati dell’Europa centrale e occidentale». Gli stupefacenti vengono stoccati «nel porto di Bar, in Montenegro» e poi consegnati ai clienti finali. A capo del nuovo cartello, secondo la statunitense Drug enforcement administration (Dea), ci sarebbe l’imprenditore montenegrino Darko Saric, tuttora latitante. Le Nazioni unite stimano che soltanto il giro d’affari della cocaina al momento della sua produzione vale 88 miliardi di euro e quello dell’oppio 65 miliardi, il traffico di esseri umani 32 miliardi, le armi un miliardo. Nella vendita al dettaglio, la polvere bianca vola però a 800 miliardi di euro l’anno. Saric alla caduta del regime serbo di Slobodan Milosevic è riuscito a unire i clan allo sbando della malavita balcanica formando l’Alleanza.

Secondo la Dea avrebbe messo in piedi, soltanto col traffico di cocaina, un giro d’affari da oltre un miliardo di euro l’anno. Una montagna di denaro che una volta ripulito finisce nell’economia legale. La grande novità di un cartello come l’Alleanza è di vendere “chiavi in mano” alle mafie italiane cocaina con un grado di purezza elevatissimo a soli 37mila euro al chilo, quasi la metà del prezzo di mercato. I vertici operativi dell’Alleanza pur essendo stati individuati sono tuttora latitanti, anche grazie alla protezione di governi come quello del Montenegro. La prova del coinvolgimento dell’esecutivo montenegrino nel narcotraffico sta in una telefonata intercettata in cui Saric afferma di essere costretto a dare il «20 per cento al grande capo e a quel porco di suo fratello». E di «grande capo» in Montenegro ce n’è uno solo. Controlla mezzo Paese ed è il premier montenegrino Milo Djukanovic assieme a suo fratello Aco. Tanto che le autorità della piccola repubblica balcanica vengono tenute accuratamente all’oscuro delle indagini sull’Alleanza condotte dalle polizie internazionali.

Tra i fornitori di droga
delle nostre mafie c’è anche la criminalità organizzata africana. La Direzione antidroga cita «la capacità dei nigeriani di importare una grande quantità di cocaina e, in minor misura, anche di eroina per mezzo di una innumerevole schiera di corrieri “ovulatori”, i quali con sempre maggiore frequenza, non sono più nigeriani ma soggetti assoldati di provenienza baltica-caucasica e sudamericana». È la seconda rotta di approvvigionamento delle nostre mafie, adoperata soprattutto dalla camorra. La cocaina dal Sudamerica arriva nel Sud e nell’Ovest dell’Africa, soprattutto in Paesi come Nigeria, Ghana e Togo. L’eroina transita nel Corno d’Africa, passando per l’Iran. La droga viene poi ingerita in ovuli dai corrieri che si imbarcano su un aereo diretto in Europa. Guadagnano qualche migliaio di euro per trasportare nella loro pancia fino a un chilo di polvere che sul mercato vale 8 milioni di euro. Ma se i succhi gastrici fanno aprire un ovulo, il corriere muore sul colpo di overdose. Questa rotta è nelle mani della mafia nigeriana che con questo metodo fa entrare in Italia centinaia di chili di cocaina l’anno. A spedirla, in questo caso, sono i cartelli messicani.

Anche perché un latitante di Cosa nostra, Franco Bonanno, ha sposato l’attuale reggente del cartello di Tijuana, Enedina Arellano Félix, anche lei super ricercata. In Italia sono inoltre in ascesa anche i cinesi. Un fenomeno del tutto nuovo. La loro potente mafia sta sfruttando il proprio network di importazione per fare entrare la droga in Italia. E la Repubblica Popolare è «uno dei maggiori produttori mondiali di droghe sintetiche», spiega la Direzione antidroga. I cinesi, continua la Dcsa, «stanno iniziando a inserirsi, anche se al momento principalmente all’interno delle proprie comunità locali, nel mercato nazionale degli stupefacenti». È «una possibile minaccia futura».

 

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