Gobetti, libertà e rivoluzione


Partendo dallo «studio degli uomini e della cultura politica» il giovane torinese propose negli anni 20 una via originale per la democrazia in Italia. Da riscoprire
di Elisabetta Amalfitano

«Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e oggi sia in Sicilia. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile la vita a questo insulso oppositore governo e fascismo».
Così, nel 1925, intimava Benito Mussolini, in un telegramma di suo pugno, contro il direttore di Rivoluzione Liberale. E, infatti, il giovane torinese, dopo aver subito l’ennesima aggressione delle squadracce fasciste, di lì a poco è costretto a emigrare, insieme alla giovane moglie Ada Prospero, a Parigi dove morì il 15 febbraio del 1926 a seguito delle percosse subite.


L’impresa di Rivoluzione Liberale era cominciata nel 1922, quando Piero aveva solo 21 anni, dopo aver già diretto Energie Nove, aver collaborato per l’Ordine Nuovo di Gramsci come critico teatrale e aver fondato la rivista Baretti e la Piero Gobetti editore, che dava alla luce, proprio in quel 1925, Ossi di seppia di Montale. Sarà il poeta a dargli l’ultimo saluto a Genova prima che ripartisse per Parigi.
Quella che Gobetti mette in campo è una vera mobilitazione culturale poiché, come sostiene nel manifesto programmatico uscito nel primo numero di Rivoluzione Liberale, uno dei nodi da cui partire è lo “studio degli uomini e della cultura politica”. Il punto di partenza è, per Gobetti, l’intuizione salveminiana secondo la quale la lotta per la libertà non è qualcosa di astratto e trascendente ma si radica nella coscienza degli uomini, per cui centrali sono l’educazione degli individui e il nesso tra rivoluzione e libertà.

«Una rivoluzione o è liberale o non è una rivoluzione». La trasformazione dunque dello Stato italiano avviene soltanto per via di un processo rivoluzionario, che dovrà essere guidato dal movimento operaio del Nord d’Italia, unica classe in grado di porsi come antagonista alla borghesia, che si sta gettando nelle braccia del fascismo. Gobetti sogna quindi una rivoluzione dal basso capace di forgiare «energie nuove» in grado di guidare il Paese dopo la caduta del fascismo. Al giovane intellettuale appare chiaro il nesso fra l’immaturità politico economica del Paese e il consenso nei confronti del fascismo.
Occorre una concezione etica della politica, un’etica non della responsabilità ma dell’intenzione, dell’«io sto qui e non posso altrimenti». Rifiutando ogni visione trascendente dell’essere umano e della storia, propugna una netta separazione fra Stato e Chiesa, difende il libero mercato e afferma il diritto inalienabile dell’individuo contro lo Stato autoritario. C’è bisogno di una critica libera e coraggiosa per porre una netta e intransigente opposizione, un’antitesi di stile. «L’antifascismo è una questione di aristocrazia, di nobiltà, di stile, è una dignità che si acquista con le rinunce e coi sacrifici».

Mussolini non è che la prosecuzione di Giolitti che rende la normalizzazione un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza. E se fino a ora la democrazia italiana non ha avuto uomini che studiassero davvero, occorre ora ripartire dalla cultura e dall’intelligenza: la guerra al fascismo è una guerra di maturità storica, politica, economica. Il problema per il nuovo liberalismo non è tanto quello di sapere se avrà con sé le masse, ma quali masse. Senza l’apporto degli operai il liberalismo non è nulla, ma occorrono gli operai della società più avanzata del Paese, quelli delle industrie torinesi che, grazie alla disciplina e all’ordine appreso nel lavoro di fabbrica, sanno rifiutare la retorica e il politicantismo, vizi inguaribili di un’Italia che ha nel fascismo la propria “autobiografia”. Nonostante questa analisi disincantata e severa, il giovane autore non cade nel pessimismo inattivo: «Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro. Qualcosa fuori del calderone può nascere […] Se al fascismo e ai fanatici del combattimento sta il rimestare, a noi si conviene il precisare idee e interessi». E in questa direzione Gobetti procede a uno studio rigoroso del passato per individuare le radici di quel parassitismo e di quell’immaturità politica che fanno stare popolo e borghesia a capo chino di fronte alla Chiesa e al duce. «Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia». I tentativi più seri di andare contro il cattolicesimo Piero li individua nell’epoca comunale, ma, con la scoperta dell’America, l’Italia entra in un periodo di stasi da cui non si rialza più, nemmeno con il Risorgimento. Solo il Piemonte sabaudo mantiene entro di sé dei caratteri autenticamente laici e liberali, in grado di portare avanti una società di «anticonformisti e di individui, una comunità di dissidenti». Cosa che nemmeno il nuovo Partito comunista è in grado di fare  perché al mito della libertà ha sostituito quello di un egualitarismo astratto che  parla di una falsa emancipazione che annulla l’individuo. All’individualismo si sostituisce la morale della solidarietà, «una specie di calcolata complicità col parassitismo». Solo L’Ordine Nuovo di Gramsci sembra proporre una speranza – sappiamo che Togliatti odiava il giovane Gobetti perché troppo idealista astratto – che si colloca sull’onda di quella rivoluzione russa che, agli occhi dell’autore torinese, appare come un nuovo Risorgimento, la prima rivoluzione laica e democratica.

Di contro cattolici e liberali, di destra e di sinistra, si sono ridotti tutti a partiti di governo e Giolitti, Salandra, Sonnino e Toniolo dimostrano l’intimo carattere reazionario della prassi politica cattolica. Di fronte a essi, i socialisti, riformisti e rivoluzionari, portano un popolo acquiescente e addomesticato. Solo alcuni intellettuali e politici come Rodolfo Mondolfo, Antonio Labriola, Gaetano Salvemini e il giovane Antonio Gramsci, rappresentano speranze di analisi intelligente del marxismo teorico e di prassi politica intransigente. Con il loro aiuto, insieme al proletariato moderno del Nord d’Italia, si potrà, secondo Gobetti, combattere il fascismo apertamente, senza tregue e senza compromessi: «Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo che curarle che da noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti».
Il fascismo stupido, ma assolutamente violento, senza idee né cultura, doveva letteralmente schiacciare il cuore di botte a colui che aveva scritto: «Il governo di Mussolini esilia nei conventi la critica, offre ai deboli una religione di Stato, una guardia pretoriana, un filosofo hegeliano a capo delle scuole».

17 luglio 2009

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