Evviva i bassifondi


di Suketu Mehta

La storia delle città? Dipende da chi la scrive e da chi ci vive. A cominciare dai poveri

Qual è la storia di una città? Dipende da chi la racconta, e da chi la ascolta. Ogni città ha due tipi di narrazione: la storia ufficiale e quella non ufficiale. La prima riceve tutto il rilievo possibile. La seconda è più silenziosa, ma è quella che ha migliori probabilità di rimanere nel tempo.

Viene tramandata in gran parte oralmente: si può ascoltare nei centri telefonici dei quartieri di immigrati nelle nostre città; nei cd e nei video che vengono mandati alle famiglie nel paese natale; nelle ballate popolari e nelle canzoni folcloristiche di film e telenovelas di Bollywood. Sono le notizie della città che gli immigrati riportano al loro villaggio. Queste storie sono quasi sempre inaccessibili dall’esterno, da un lato a causa della lingua, dall’altro a causa dell’arretratezza tecnologica. A Mumbai, ad esempio, esiste una comunità di scrivani che si siedono davanti all’ufficio postale e aiutano gli emigrati analfabeti a scrivere lettere per i loro familiari rimasti al villaggio. Queste lettere non sono conservate in alcun archivio storico.

Le storie non ufficiali degli emigrati tuttavia, per gente che è sempre in movimento, sono fondamentali per mantenere una certa continuità. Per buona parte della storia della nostra specie, non siamo stati abituati a spostamenti radicali e continui. Rimanevamo in un unico posto, nei nostri villaggi. Nell’ultimo quarto di secolo la popolazione di emigranti è raddoppiata. Oggi 175 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello in cui sono nati. La mia famiglia si è sparsa in tutto il mondo, dall’India al Kenya, all’Inghilterra, agli Stati Uniti e ritorno. E continua a spostarsi. Come tutti gli emigranti, la nostra consolazione, in questo trasferirsi inesorabile, risiede nella narrazione, nella memoria, come antidoto allo spostamento. A

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New York, i miei figli nati in America ascoltano da mia madre storie su Nairobi che a lei erano state raccontate da suo padre, e ascoltano da mio padre racconti su suo nonno che viveva nello Stato rurale del Gujarat. Con queste fibre di storia, rattoppiamo i buchi sulla coperta del tempo.

Le differenze fra storie ufficiali e non, sono enormi. Se la storia narra che Mumbai è la capitale finanziaria dell’Asia, allora si possono demolire senza scrupoli centinaia di ettari di piccole industrie, per far spazio a uffici. Se la storia racconta che Mumbai è un insieme di villaggi, allora verranno salvate le zone delle industrie tessili, e verrà conservato il centro antico della città. Il problema è che i mezzi di comunicazione, e soprattutto i media elettronici, preferiscono un tipo di narrazione rispetto all’altro. Danno la precedenza alle storie di grandi budget di spesa, tecnologie costose e immagini sfavillanti. Come per qualsiasi tipo di narrativa, fondamentale è la scelta dei termini usati per la storia. E la parola più abusata di tutte, quando si racconta la città, è ‘bassifondi‘. Cosa sono i bassifondi? Se un posto non ci piace, allora parliamo di bassifondi. Il termine è pesante, eccessivo, traballante.

La gente dei bassifondi di Mumbai usa un’altra parola: ‘basti’, comunità. Un basti è ricco di spazi comunitari – la fila per i bagni, la fila per l’acqua – di buchi nel terreno, davanti alle centinaia di negozietti. La costruzione del basti è essenziale per lo ‘spirito di Mumbai’, che è stato la salvezza della città, nelle inondazioni, negli scontri e negli attacchi terroristici. Ogni stanza del basti è personalizzata, in ogni suo dettaglio, inclusi muri e soffitti. Ogni camera è differente e, negli anni, è stata adattata alle necessità dei proprietari. Sono flessibili in base al numero dei componenti la famiglia. Sono colorate, dentro e fuori, rispecchiando i gusti del proprietario. Si pensi ai bassifondi di qualsiasi paese del mondo: sono di mille colori. Le case popolari che li sostituiscono quando vengono demoliti, invece, sono monocromatiche.

Rimaniamo incantati davanti al centro antico di Lisbona, paghiamo un sovrapprezzo per abitare a Trastevere, nel Marais o nell’East Village, ed erano tutti ‘bassifondi’ un centinaio d’anni fa. I nostri ragazzi ora vogliono vivere dove prima vivevano le persone di ceto inferiore al loro.

La morale di questa storia è che non bisogna demolire i bassifondi, ma migliorarli. Bisogna realizzarvi bagni privati, rendere più accettabili quelli comunali. È necessario rinforzare i tetti, fornire le abitazioni di acqua potabile e di elettricità sicura. Ma soprattutto, è indispensabile dare a queste persone il possesso. I poveri vivono già esattamente dove vogliono vivere e hanno realizzato un’architettura che si adatta a loro. Non hanno bisogno di progettisti. E quando gli vengono proposti gli immensi piani che la città ha per loro, non li comprendono. Perché gran parte dei discorsi sulle pianificazioni sono arcani, come la messa in latino. Hanno il solo scopo di istituire una classe esclusiva di individui che fungono da intermediari fra Dio e l’uomo, tra politici e costruttori con la loro visione della città, e la gente comune, che la deve abitare. Le loro storie non corrispondono.

traduzione di Laura Sirugo

Fonte

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