Milioni di persone minacciate da tifoni e uragani sempre più aggressivi, civiltà costiere destinate ad affondare negli oceani. Alle Maldive si stanno già attrezzando: nei giorni scorsi il governo è stato convocato sott’acqua, per lanciare un appello al resto del mondo contro il surriscaldamento del pianeta. E se la lotta ai cambiamenti climatici cominciasse nel piatto? Come? Rinunciando alle bistecche.

“Produrre carne è uno spreco d’acqua e produce una quantità elevata di gas serra. Mette sotto pressione le risorse del pianeta. Una dieta vegetariana è meglio”. E’ quello che pensa dalle pagine del Times lord Stern, un tempo consigliere di Blair, autore del rapporto 2006 che per primo mise nero su bianco la tragica inconfutabilità dei cambiamenti climatici, con un’avvertenza: combatterli ora ci costerà caro, ma infinitamente meno di quanto peserebbe sulle nostre finanze non fare nulla. Senza contare che la green-economy aprirà prospettive di crescita inedite e indispensabili in un mercato cresciuto finora puntando solo sul consumo e sulla quantità. Quindi non per scelta verde, ma per ragioni economiche lord Stern – docente d’economia alla London School of Economics – suggeriva una sterzata vigorosa.

Ed è lo stesso che fa ora, solo che l’appello non è più ai governi – non solo, ha scritto infatti anche ad Obama chiedendogli di partecipare in prima persona al prossimo summit di Copenaghen – ma ai singoli individui. Perché miliardi di persone che masticano i prodotti della Terra possono fare – letteralmente – il bello o il cattivo tempo. Dunque, via dalle tavole roast-beef, rollé, stufati, spezzatini e ossibuchi. Per salvare la Terra bisogna mangiare verde.

Per riempiere i panini planetari di hamburger stiamo infatti deforestando gli ultimi polmoni verdi, per convertirli alla produzione di mangini. Mucche e maiali producono un’enorme quantità di metano, un gas che è 23 volte più nocivo all’atmosfera di quanto non sia il biossido di carbonio. Secondo le Nazioni Unite la produzione di carne è responsabile del 18 per cento delle emissioni di Co2 del pianeta.

Una drastica riduzione avrebbe effetti importanti. Ma per cominciare bisognerebbe invertire un trend che è tutto in salita: l’Onu calcola che per metà del secolo il consumo di carne, stante le tendenze attuali, sarà raddoppiato. Lord Stern non ha dubbi su che cosa sia necessario fare: cambiare abitudini, far diventare il consumo di carne inaccettabile, un costo troppo alto da sostenere guardando alle future generazioni. “Ora ho 61 anni – dice lord Stern -. Da quando ero studente è radicalmente cambiato l’atteggiamento verso il bere o la guida, la gente ha cambiato idea su ciò che è o meno responsabile. Ora dovranno chiedersi sempre di più qual è il contenuto di Co2 del cibo che mangiamo”.

Una domanda che sarà imperativa, perché i cambiamenti sono già tra noi, nonostante la ritrosia di governi ed opinione pubblica ad accettare la necessità di una nuova rivoluzione copernicana, virando verso un’economia sostenibile. E anche la salute protrebbe avvantaggiarsene. In Gran Bretagna, informa il Times, il consumo quotidiano di proteine derivate da animali è di 50 grammi: un petto di pollo o una costoletta d’agnello. Non è un’esagerazione, ma è superiore del 25-50% del quantitativo consigliato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

27 ottobre 2009