Le origini della crisi: una spiegazione a partire da Marx e Minsky


Conversazione con Riccardo Bellofiore*

A molti può sembrare superato cercare la spiegazione della crisi partendo da Marx. Eppure l’impressione è che Marx offra ancora molti stimoli, naturalmente se non ci si chiude nell’ortodossia senza guardare a quanto è accaduto dopo Marx. L’analisi marxiana sembra un buon punto di partenza per parlare della tendenza stagnazionista del capitalismo e della crisi come risultato delle contraddizioni insite nel processo di accumulazione capitalistico. Quindi la prima domanda che abbiamo posto a Riccardo Bellofiore, economista e profondo conoscitore dell’opera di Marx, è: come e in quale misura Marx può offrirci degli strumenti per spiegare la crisi attuale? La caduta tendenziale del saggio del profitto può essere una categoria recuperabile, se la si intende come tendenza del capitalismo alla stagnazione, a cui il capitale ha dato via via risposte diverse, e pensi che possa avere un senso partire proprio da lì?

Nell’attuale dibattito sulla crisi due sono i filoni interpretativi che si richiamano a Marx.

Il primo è quello che legge la finanziarizzazione come conseguenza della caduta tendenziale del saggio del profitto e in quest’ottica individua una lunga tendenza alla stagnazione che comincia negli anni ‘70.

L’altra interpretazione, prevalente soprattutto in autori più keynesiani che marxisti, fa riferimento alla tendenza alla crisi da realizzazione, ovvero da insufficienza da domanda. Questo secondo filone evidenzia come, dopo la controrivoluzione monetarista degli anni ‘80, siano avvenuti profondi mutamenti nella distribuzione del reddito con la caduta della quota dei salari e che in un mondo di bassi salari la crescita dell’indebitamento costituisca un tentativo di rispondere alla caduta della domanda dei salariati; ci troveremmo dunque nel pieno di una crisi da realizzazione.

Ritengo che un’interpretazione marxiana della crisi non possa essere sganciata dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, ma che questa vada interpretata come una sorta di metateoria della crisi, che ingloba al suo interno le altre teorie della crisi. La caduta tendenziale del saggio del profitto non può essere letta in modo meccanicistico. Secondo una lettura meccanicistica quando vi è l’accumulazione, vi è un aumento della composizione organica del capitale, cioè del rapporto fra lavoro morto incorporato nelle macchine e il lavoro vivo prestato, l’aumento della composizione organica eccede l’aumento del saggio del plusvalore e questo provocherebbe a lungo termine una tendenza alla caduta del saggio del profitto. In questa forma tale tesi non è convincente, perché è stato mostrato che in realtà l’investimento in macchine procede, perché si vuole aumentare la forza produttiva del lavoro, aumenta quindi il saggio di plusvalore e non vi è ragione per cui l’aumento del saggio di plusvalore non sia maggiore dell’aumento della composizione organica del capitale.

Come possono essere interpretate le grandi crisi capitalistiche a partire da quella di fine ‘800?

La crisi di fine ‘800 può essere effettivamente interpretata come crisi da caduta del saggio del profitto. La risposta che si ebbe all’inizio del ‘900 con nuove modalità di organizzazione del lavoro, con la catena di montaggio, comportò una spinta verso l’alto del saggio del plusvalore e costituì dunque una risposta alla depressione sul saggio del profitto. Però questo fece sorgere il problema della domanda effettiva. Gli anni Venti furono caratterizzati da una serie di bolle speculative, simili a quelle degli anni Novanta, a cui seguì lo shock borsistico alla fine del decennio e la grande depressione degli anni Trenta. Possiamo dunque leggere la grande depressione di fine ‘800 in termini di caduta tendenziale del saggio del profitto in senso stretto, mentre la crisi degli anni Trenta, la grande crisi a cui replica Keynes, è piuttosto una crisi da realizzo, o da carenza di domanda effettiva. La risposta alla grande depressione è stata il New Deal prima, poi la seconda guerra mondiale e quindi il keynesismo del secondo dopoguerra.

La risposta keynesiana può sostenersi solo con una pressione crescente sul lavoro strettamente produttivo di plusvalore: non si verifica caduta tendenziale del saggio del profitto perché aumenta il saggio del plusvalore, e ciò comporta una tendenza alle crisi da realizzo; la risposta a tali crisi è il keynesismo. Ciò non toglie che la pressione sul saggio del plusvalore a carico dei lavoratori strettamente produttivi aumenti e questo a un certo punto può incontrare un vincolo sociale ed è quello che avviene negli anni ‘60-‘70. Ovviamente questo non è che un aspetto della crisi del fordismo. E’ qui che le cose diventano interessanti perché quello che avviene dagli anni ‘80 è una risposta capitalistica a questa compressione del saggio del profitto legata anche a una rigidità sociale e questa risposta deve essere interpretata.

Ritengo che per capire la crisi attuale ci si debba muovere su due gambe che costituiscono una modificazione rispetto all’idea con cui il marxismo e Marx stesso avevano interpretato la crisi del capitalismo; queste due gambe sono la frantumazione del lavoro e la finanziarizzazione vista in un’ottica di “sussunzione reale del lavoro alla finanza”, ovvero l’inclusione in maniera subordinata delle famiglie e dei consumatori all’interno dell’universo finanziario.

Ma la questione della finanziarizzazione non è una storia vecchia, che risale a fine ‘800 – inizio ‘900? La sussunzione formale del lavoro alla finanza non è evidente già negli anni venti ed è alla base dello scoppio della Grande Crisi?

Sì, in questa fase della storia del capitalismo i lavoratori cominciano a risparmiare e il loro risparmio fluisce sui mercati finanziari. Ma negli anni ’80 c’è il ritorno a una nuova finanziarizzazione, che è preparata almeno nel ventennio precedente e avviene in forma nuova. Per capire questo processo sono utili sia il contributo di Minsky che quello di Sweezy. L’idea di Sweezy è che il capitalismo monopolistico avesse una tendenza innata alla stagnazione e che questa non si realizzasse mai completamente perché c’era una controtendenza politica. Sweezy si rende conto dagli anni ‘70 che quando il saggio di profitto e il saggio di investimento si abbassano, la controtendenza principale alla tendenza alla stagnazione non è più direttamente lo stato keynesiano, bensì l’indebitamento.

Minsky è un autore a cui molti hanno fatto riferimento negli ultimi tempi; la sua ipotesi secondo cui il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in instabilità finanziaria è sembrata a molti una riflessione importante nella spiegazione della crisi attuale. Recentemente tu hai curato la riedizione di “Keynes e l’instabilità del capitalismo” di Hyman P. Minsky. E’ senza dubbio un testo complesso, ma la tua introduzione molto chiara e interessante aiuta il lettore a seguire il ragionamento di Minsky. Puoi spiegarci perché, in un’ottica minskiana, il sistema capitalistico è intrinsecamente instabile?

Minsky negli anni ‘60 aveva formulato un’interpretazione del capitalismo del Novecento secondo la quale questo capitalismo vive dei cicli di euforia e panico: quando si esce da una grande crisi le unità produttive tendono a essere in posizione sana e sicura, le loro entrate di cassa sono sufficienti a restituire ai finanziatori e alle banche quanto avevano avuto in prestito più l’interesse. Le cose vanno talmente bene che a un certo punto banchieri e imprenditori diventano più ottimisti perché la realtà stessa li induce a comportamenti più ottimisti.

Le loro posizioni si fanno più coraggiose e da “coperte” diventano speculative.

In genere i marxisti giudicano la speculazione come una cattiva parola, secondo me non è così in Minsky e non è neanche così in Marx: l’atteggiamento speculativo è quello che consente l’investimento di lungo termine.

La posizione speculativa secondo Minsky è la situazione secondo la quale le entrate di cassa monetarie degli operatori sono sì sufficienti a pagare gli interessi ma non a restituire la quota annuale del capitale preso a prestito, per cui devono rifinanziarsi. In questo caso al rischio economico si affianca il rischio finanziario. Quando ci sono attività speculative l’economia è più fragile, perché ci sono momenti in cui gli operatori potrebbero dover ricorrere al rifinanziamento attraverso le banche e questo potrebbe avvenire a tassi di interesse crescenti. Ma in realtà le cose vanno talmente bene che, se la moneta non è sufficiente a bassi tassi di interesse, a un certo punto gli intermediari finanziari interverranno inventando quasi-monete, il che fa sì che il meccanismo continui a procedere fino a che la situazione non diventa ultraspeculativa. Una posizione ultraspeculativa è quella in cui si fanno investimenti e le entrate di cassa non consentono neppure di pagare gli interessi: in tal caso gli agenti si indebitano nella speranza di rivalutazione delle attività, quali l’aumento del corso delle azioni, del prezzo degli immobili, ecc. Una situazione di questo genere, in cui l’investimento si fa in vista di guadagni di capitale, si verifica nella fase avanzata del boom, quando l’euforia viene definita irrazionale. Ma a un certo punto ci dovrà essere un crollo di questo sistema, per lo più dovuto a un aumento dei tassi di interesse. Minsky formula questa interpretazione negli anni ‘60, gli serve per spiegare la grande crisi degli anni trenta. Nel ‘29-‘30 il sistema entra in una fase violenta di crisi; la risposta è stata la deflazione da debiti, che ha dato origine alla Grande Crisi e alla disoccupazione di massa. A questa situazione si sarebbe potuto rispondere diversamente: è quello che avviene poi con il keynesismo. Si risponde diversamente se lo Stato interviene, con la banca centrale che immette nel sistema liquidità a basso tasso di interesse e in secondo luogo con il governo che spende in disavanzo. Non si tratta solo di spesa per incrementare direttamente la domanda effettiva. Il punto di vista di Minsky è che il governo fornisce anche contante, entrate di cassa che migliorano la posizione finanziaria delle imprese e delle banche.

Minsky negli anni ‘60 capisce che l’instabilità finanziaria in realtà non se n’è andata ma si riproporrà. E ciò è avvenuto negli anni ‘70 e, quando si è riproposta, lo stato keynesiano è intervenuto con moneta contante e disavanzo di bilancio; questo processo ha dato vita a una diversa forma di crisi, che è la stagflazione. Il sistema non è finito nella grande crisi, c’è un pavimento più elevato, però questo ha significato un aumento dei prezzi dei beni legato anche a un aumento dei salari.

Questo stato di cose ha comportato una reazione di politica economica tendente a comprimere l’aumento dei prezzi e dei salari e a ridurre l’attività produttiva. Si verifica una tendenza all’inflazione, come risposta alla crisi finanziaria ma anche una tendenza alla stagnazione, come aveva visto Sweezy. Gli anni ‘60-‘70 sono spiegati abbastanza bene da Minsky.

Oggi molti rivalutano Minsky per la sua capacità di aver previsto la crisi finanziaria in atto, cosa puoi dirci a questo proposito?

Paradossalmente Minsky viene visto come un autore che ha previsto, a differenza di altri, la grande crisi finanziaria 2007/09; in realtà le cose non sono così semplici: ci sono state delle forze negli anni ‘80 e ‘90, che non sono spiegabili, anzi sono addirittura contraddittorie rispetto allo schema originario di Minsky, anche se Minsky ha avuto il merito di aver trattato, dopo i suoi tre grandi libri, di money manager capitalism. Minsky ha capito che una caratteristica centrale dell’ultimo capitalismo è il primato dei piccoli risparmiatori che sono organizzati in forme istituzionali o in fondi pensione e i loro soldi sono gestiti da money managers in un’ottica di breve termine. E’ una situazione storicamente nuova, una situazione nella quale sono gli azionisti con il ruolo delle azioni a breve termine a fare il premio sulle strategie manageriali di lungo termine, ma all’interno degli azionisti sono i piccoli azionisti a contare di più attraverso il money manager. Quello che è successo e che non torna nello schema tradizionale di Minsky, è che questi fondi pensione hanno progressivamente portato i loro soldi sul mercato azionario. Questo processo, partito dalla fine degli anni ‘80 negli Stati Uniti e Regno Unito e successivamente generalizzato, comporta una tendenza alla crescita dei prezzi delle azioni e fa sì che le imprese possano finanziarsi con l’equity e non con l’indebitamento; le imprese riescono a collocare facilmente le loro azioni ad alti prezzi, quindi si finanziano a basso costo; questo nella logica di Minsky è un elemento stabilizzante, non destabilizzante.

Nel frattempo su scala internazionale si stanno determinando delle condizioni che favoriscono la finanziarizzazione: una è il doppio deficit degli Stati Uniti con la presidenza di Reagan (disavanzo pubblico all’interno e disavanzo commerciale con l’esterno); l’altra è, a fine anni ‘80, la grande crisi Giapponese, che crea un flusso di denaro che si diffonde in giro per il mondo, anche con il carry trade.

Le dinamiche attivate dalla contro-rivoluzione liberista danno vita a una nuova forma di capitalismo, che tu hai analizzato nei tuoi studi dalla fine degli anni novanta e hai sintetizzato in tre figure: risparmiatore maniacale-depressivo; consumatore indebitato; lavoratore traumatizzato. Puoi spiegare il significato di queste tre figure e qual è il loro ruolo nella crisi attuale?

Progressivamente la corsa ai mercati azionari che produce una spinta verso l’alto dei prezzi delle azioni, determina la figura sociale del “risparmiatore in fase maniacale”. Si tratta di una figura paradossale, perché tanto più il risparmiatore entra in fase maniacale, tanto più si cancella come risparmiatore da reddito da lavoro e diviene consumatore indebitato. Quando sale il prezzo delle azioni e si ha una vera e propria bolla speculativa, è possibile consumare di più a credito, il consumo si sgancia dal reddito disponibile e viene gonfiato da un effetto ricchezza, il risparmio sul reddito disponibile si riduce o diventa negativo. La figura del consumatore indebitato ha trainato la crescita degli Stati Uniti e gli Stati Uniti sono stati gli acquirenti finali dei modelli neomercantilisti (Cina, India e altri paesi emergenti, ma anche Giappone, Germania e parte dei paesi europei).

La cosa importante, per tornare all’idea secondo cui la sussunzione del lavoro alla finanza c’è da molto tempo, è che sia il risparmiatore in fase maniacale sia il suo alter ego, il consumatore indebitato, sono due figure che non sono per niente sganciate dalle trasformazioni delle condizioni del lavoro, cioè da quello che io chiamo il lavoratore traumatizzato.

L’espressione “lavoratore traumatizzato” fu usata da Greenspan alla metà degli anni ‘90. Quando i consiglieri e gli econometrici di Greenspan alla banca centrale americana andarono da lui preoccupati perché il tasso di disoccupazione stava scendendo sotto il 6% (considerato allora come “il tasso naturale”) e, secondo i loro calcoli, tale caduta del tasso di disoccupazione avrebbe fatto crescere salari e prezzi, si narra che Greenspan abbia rispoto: a) “state tranquilli, perché mi dicono che dalle parti di Silicon Valley stanno facendo cose interessanti.” L’idea era: c’è un cambiamento strutturale, la produttività può aumentare più di quanto dicono i vostri modelli, quindi per il momento non è il caso di preoccuparsi; b) state tranquilli, perché c’è il “lavoratore traumatizzato”; Greenspan si era reso conto che le politiche da Volcker (governatore della Federal Reserve prima di Greenspan) in poi, negli anni ‘80 – inizio anni ‘90, avevano determinato una frammentazione del lavoro tale per cui si era indebolito il legame inverso fra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari, nel senso che a una diminuzione del tasso di disoccupazione non corrispondeva più un’accelerazione dei salari (per gli economisti potremmo dire che la curva di Phillips si era di molto appiattita); era così possibile abbattere il tasso di disoccupazione senza che i salari aumentassero; in questo contesto giocava anche la possibilità sempre maggiore per i consumatori americani di acquistare beni a basso prezzo, visto che il dollaro si rivalutava e arrivavano beni a basso costo dai paesi dell’est asiatico.

Questa frammentazione del lavoro non è indipendente dall’inclusione del lavoro dentro la finanza, perché i fondi istituzionali impongono dei criteri di corporate governance che favoriscono le misure di riduzione dell’occupazione e di diminuzione del salario a condizione che ciò dia luogo all’aumento del valore delle azioni. Quindi la corporate governance delle imprese viene spinta dalla finanziarizzazione in questo senso. In modo simile vanno le cose per quel che riguarda i comportamenti dei fondi, per esempio i private equity, i quali acquistano a debito e smantellano le imprese, così come narrato nel film Pretty woman, e anche questo è un processo in cui le dinamiche finanziarie si traducono in dinamiche reali di frammentazione del mondo del lavoro. Quindi il risparmiatore in fase maniacale e il consumatore indebitato producono il lavoratore traumatizzato.

Ora vediamo come la coppia “risparmiatore maniacale/consumatore indebitato” sia anche in grado di dirci come si è modificata l’estrazione di plusvalore, ma anche di spiegare l’elemento singolare di questa storia, cioè come mai in un mondo di lavoro traumatizzato e di bassi salari si è avuta una crescita dinamica. Perché il problema di tutte le versioni marxiste, ma anche di quelle tradizionali, è che trattano il capitalismo dagli anni ‘80 in poi come un capitalismo stagnazionistico, trattano il capitalismo neoliberista come un capitalismo che non ha visto un’autentica crescita e lo riducono sostanzialmente alla sola figura del monetarismo degli anni ‘80. Il capitalismo degli anni ‘80 è un capitalismo che nasce con la riduzione dell’offerta di moneta che porta verso l’alto i tassi di interesse e fa cadere gli investimenti, con l’attacco al lavoro che fa cadere il salario, quindi la quota dei consumi e del reddito, con l’attacco al welfare che fa cadere la spesa dello stato. Quindi effettivamente ci dovrebbe essere una tendenza alla stagnazione. Il problema a questo punto è: come mai non c’è stata una grande crisi negli anni ‘80? La risposta è una risposta alla Sweezy: c’è stata una controtendenza politica, si è evitata la crisi con il doppio deficit di Reagan a metà degli anni ‘80. Il punto è che negli anni ‘90 le cose progressivamente cambiano. Se guardiamo agli anni ‘90 in una prospettiva giapponese ed europea abbiamo la visione di un capitalismo stagnazionistico, se la guardiamo nello stesso periodo dal punto di vista degli Usa e della nuova economia le cose sono molto dubbie, anche se c’è stato un eccesso di mitizzazione della nuova economia. Se poi si guarda alla situazione dei paesi in via di sviluppo, vediamo una crescita sempre più veloce, e questo ancora di più dopo la ripresa dalla crisi dell’est asiatico. Una buona teoria di sinistra e anche marxista deve essere in grado di spiegare la crescita vivace dal ‘95 al 2007, non solo la sua crisi, una crescita vivace che già ha incontrato una “piccola grande crisi” tra il 2000 e il 2003. Però è bene riuscire a spiegare le due fasi 1995/99 e 2003/07. La spiegazione sembra abbastanza semplice: è proprio la spinta verso l’alto del prezzo delle azioni della nuova economia a determinare una situazione di effetto ricchezza, per cui i consumatori indebitati e – dal ‘95 al ‘99, anche le imprese con i loro investimenti – aumentano la domanda, e l’aumento della domanda aumenta i profitti delle imprese. Quindi il risparmiatore in fase maniacale che diventa consumatore indebitato favorisce la realizzazione del plusvalore. Questo però va ad aprire un altro elemento di contrasto rispetto alla storia tradizionale di Minsky (che è basata su un crescente indebitamento legato alla figura delle imprese che investono). Invece qui l’indebitamento delle imprese – delle imprese non finanziarie, beninteso – non cresce, perché ex post crescono i profitti e aumenta l’autofinanziamento. Questa la situazione 95/99 negli Stati Uniti: crescita non più trainata dalla spesa pubblica, né tanto meno dalle esportazioni, non trainata dal consumo salariale, solo in parte dagli investimenti privati della new economy, che tuttavia non contano a sufficienza per spiegare lo sviluppo; lo sviluppo lo spiega soprattutto il consumo a debito delle famiglie americane. Le famiglie americane erano davvero così ricche? No, per niente, il salario reale è rimasto stazionario o è caduto negli Usa dall’inizio degli anni 70; il reddito familiare è rimasto stabile o è lievemente cresciuto perché più persone lavorano a causa della femminilizzazione del mercato del lavoro e per l’allungamento dell’orario di lavoro. È cambiata anche la struttura della spesa delle famiglie americane, in parte alcune voci di spesa si sono ridotte, perché molti beni di consumo importati costavano di meno, ma sono aumentate le spese fisse delle famiglie legate alla salute, all’abitazione, all’educazione dei figli, ecc. In realtà l’indebitamento è stato in qualche misura un indebitamento obbligato. Negli anni ‘90 la finanziarizzazione ha consentito sempre di più che questo indebitamento avvenisse a costi relativamente bassi grazie alle innovazioni finanziarie ma grazie anche al fatto che la politica monetaria di Greenspan progressivamente è diventata più espansiva.

Quando si è delineata la figura del “lavoratore traumatizzato” è venuto meno il trade-off, il rapporto inverso fra tasso di disoccupazione e inflazione (cioè si è appiattita la curva di Phillips).

Possiamo dunque dire che l’aumento dell’occupazione non ha comportato l’aumento dei salari e, di conseguenza, dei prezzi, come era stato evidenziato dalla curva di Phillips. E questo a causa della frammentazione e della precarizzazione del lavoro, che hanno minato il potere contrattuale dei lavoratori. E’ quindi venuto meno il rischio di inflazione che ha accompagnato solitamente le fasi di espansione dell’economia. Come ha reagito la politica economica?

L’economia monetaria si è sentita libera di sostenere verso l’alto il corso delle azioni, le banche centrali in altri termini sono diventate prestatrici di prima istanza. Il problema di questo meccanismo è che non è solo instabile ma anche insostenibile; si è sostituito al debito pubblico il debito privato (che è fortemente instabile). Così quando le cose cominciano ad andare male, quando si passa dall’euforia al panico, il risparmiatore da maniacale diventa depressivo, cioè è forzato ad aumentare rapidamente il risparmio, a fare quello che la teoria economica in tempi normali ci dice sia bene fare; in questi momenti però tutti cercano di convincerlo a fare il contrario, continuare a spendere. Ora, il passaggio dal risparmiatore in fase maniacale a quello in fase depressiva lo si è intravisto, ma solo come tendenza, come rischio, fra il 2000 e il 2001, perché nel marzo –aprile del 2000 la crisi economica è cominciata in borsa, forse determinata dall’aumento del tasso di interesse di qualche mese prima; quello che è certo è che la bolla tecnologica si è sgonfiata, a questo si è aggiunta la crisi etica del capitalismo (Enron e dintorni), e poi naturalmente l’11 settembre, che ha consentito una risposta classica da keynesismo di guerra: immettere nel sistema liquidità a basso tasso di interesse e spesa militare e per la sicurezza, un’onda lunga durata fino alla guerra in Iraq, che segna la nuova inversione, questa volta verso l’alto. Il punto è che i tassi di interesse mantenuti bassi così a lungo hanno progressivamente fatto ripartire il vecchio meccanismo per cui la crescita è determinata da bolle nelle attività consentite, se non prodotte, dalla politica economica. Queste bolle erano strettamente collegate alle attività finanziarie nella new economy, ma dall’inizio del 2000 la bolla è prevalentemente nel mercato immobiliare. La tesi di Joseph Halevi e mia è che il keynesismo di guerra non abbia portato fuori dalla crisi l’economia, ma abbia creato un nuovo pavimento. La restaurazione di questo sistema paradossale, in qualche misura keynesiano (di destra), basato su politica monetaria espansiva, bolle, rivalutazioni ha aiutato a uscire dalla crisi ed è stato il perno della crescita dal 2003 al 2007.

In questa fase si è avuta la massima creatività delle innovazioni finanziarie ed è venuta a termine una trasformazione radicale e perversa del sistema bancario; nei decenni precedenti chi creava un debito rispetto al suo cliente era in grado di cartolarizzare questo debito, vendendolo a qualcun altro. Progressivamente queste cartolarizzazioni hanno condotto a impacchettamenti, a vendere dei pacchetti di titoli cartolarizzati, ciò è avvenuto in un contesto in cui si pensava che il rischio andasse verso le figure di chi era in grado di valutarlo correttamente, ma il meccanismo era diventato così complesso che bisognava fidarsi del giudizio delle agenzie di rating che non capivano o erano colluse con chi creava questi debiti e crediti. Chi creava questi debiti poi cartolarizzati erano non solo gli intermediari finanziari ma spesso direttamente o indirettamente le stesse banche. Nella trasformazione del sistema bancario si passa dalla banca che selezionava il debitore, lo controllava e manteneva le passività di bilancio per tutta la loro durata alla figura della banca la quale origina un titolo e lo disperde nell’ambiente, come un rifiuto tossico. Questo processo ha provocato l’esplosione dei titoli, della cartolarizzazione, delle garanzie delle assicurazioni finanziarie, il mondo dei derivati. C’è stato di più, ha determinato una progressiva fragilità del sistema bancario, perché il sistema bancario ha avuto un’esposizione sempre più elevata e si è basato su debitori ultimi che non erano imprese solide, ma alla fine non si capiva neppure chi fossero. Un ulteriore fenomeno creatosi dopo il 2005 è stato l’esplosione del mercato dei subprime. In realtà i subprime esistevano già, ma nel 2005 si è cominciato a vedere che il mercato immobiliare poteva avere dei cedimenti; per tenerlo in piedi sono state incluse nel mercato finanziario anche le famiglie povere. Quando questo è avvenuto il sistema si basava sulla capacità di pagamento dei settori che erano in condizione di estrema fragilità. Come poteva questo modello controbattere la fragilità delle banche e dei debitori ultimi? Una risposta e una speranza c’erano: stavano nell’idea che il meccanismo poteva andare avanti se titoli e immobili, cioè le attività, si rivalutavano costantemente. Che importa se anche i tassi di interesse aumentavano, come stava avvenendo dopo la fine del 2004, se in realtà c’era la possibilità di ripagare i debiti e di speculare ancora al rialzo con i guadagni in conto capitale? A un certo punto però il prezzo delle case è crollato ed è andato in crisi il mercato dei subprime; quando questo è avvenuto la crisi si è rivelata nel suo aspetto finanziario e quindi nella sfiducia reciproca delle banche.

La ragione di fondo della crisi non è né solo finanziaria, né solo reale, non sta solo nei bassi salari, non sta solo nella finanza perversa. Sta in un’interazione per cui la ristrutturazione dei processi di estrazione di plusvalore da una parte e la finanziarizzazione che include le famiglie dall’altra si sono rinforzate fra loro facendo crescere l’economia per 10 – 15 anni e a un certo punto questo meccanismo si è rivelato insostenibile.

Può ripetersi secondo te un meccanismo di questo genere?

No, credo che in questa forma questo non si ripeterà più.

* Riccardo Bellofiore è professore di economia all’Università di Bergamo.

Fonte: http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=421:riccardo-bellofiore-&catid=84:numero-41&Itemid=61

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