Kabul – Il cordoglio non basta


http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/659-kabul-il-cordoglio-non-basta-unanalisi-storica-militare-e-politica.html

Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=115.
di Gaetano Colonna – clarissa.it

Quanto accaduto a Kabul non richiede solo un’espressione di formale cordoglio per i soldati italiani che, ancora una volta, sono caduti compiendo il loro dovere. Se davvero si ha rispetto per le nostre Forze Armate e per i giovani che oggi muoiono prestandovi servizio, occorre spiegare in modo chiaro al Paese cosa sta accadendo in Afghanistan.

L’Afghanistan è un paese in guerra almeno dal 1979, quando gli Stati Uniti favorirono l’invasione del Paese da parte dell’Urss, secondo quanto ha dichiarato Zbigniew Brzezinsky, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Carter: “Noi non volevamo spingere i russi ad intervenire, ma consapevolmente accrescevamo le probabilità che lo facessero. (…) Il giorno in cui i russi ufficialmente attraversarono la frontiera, io scrissi al presidente Carter che noi avevamo ora l’opportunità di dare all’Urss il suo Vietnam. Infatti, per almeno dieci anni, Mosca ha dovuto portare avanti un conflitto insostenibile, un conflitto che ha condotto alla demoralizzazione prima ed alla dissoluzione finale dell’impero sovietico poi”(1).
Le forze islamiste sunnite, armate e addestrate dall’Occidente e usate per dieci anni come freedom fighters anti-comunisti, divennero dal quel momento utilissime sia in funzione anti-iraniana sia per estendere il controllo occidentale alle deboli repubbliche della Inner Asia, emersa come un’area strategica di importanza mondiale dopo il crollo dell’Urss, anche a causa delle sue enormi riserve energetiche. Ma, mentre servivano in tal modo gli interessi occidentali anche dopo il ritiro sovietico del febbraio del 1989, le fazioni che avevano condotto la resistenza anti-sovietica proseguirono in una guerra civile che non ebbe del tutto fine nemmeno dopo l’ascesa al potere del regime talebano, nel 1996, con la conquista di Kabul. Una guerra civile che ha portato ad oltre un milione e mezzo di vittime e a cinque milioni di profughi, riducendo di un terzo la popolazione del Paese.
La terza fase di disintegrazione dell’Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, con il lancio dell’operazione Enduring Freedom, conseguente alla risposta americana all’attacco dell’11 settembre: con gli accordi di Bonn del 5 dicembre e la risoluzione Onu n. 1386, il Consiglio di Sicurezza autorizzava la costituzione di una forza internazionale di sicurezza guidata dal Regno Unito, cui partecipano altri 18 Paesi, fra cui l’Italia. Ebbe così inizio la missione Isaf, prolungatasi fino ai nostri giorni con una serie di successive risoluzioni Onu (quella attualmente in corso è infatti la XI Isaf) che hanno progressivamente esteso, anche sul piano territoriale, i compiti delle truppe alleate, poi passate dal 2003 sotto il comando della Nato, mentre in parallelo rimane attiva l’operazione Enduring Freedom. Le due missioni sono oggi coordinate da un comandante americano che detta la strategia complessiva, sulla quale occorre dire qualcosa.
L’intensificazione della resistenza anti-occidentale in Afghanistan a partire dal 2005 e la “guerra delle moschee” esplosa in Iraq con l’attentato a Samarra il 22 febbraio 2006 hanno infatti imposto un cambiamento di rotta che ha portato all’elaborazione di una dottrina di impiego, denominata Anaconda Strategy, la cui paternità è attribuita al generale Petraeus, comandante in capo delle forze alleate in Iraq. Petraeus ha riportato in auge le antiche dottrine sulla contro-insurrezione che integrano strategie militari, politiche ed economico-sociali per sradicare la resistenza, cercando di spostare i compiti di presidio del territorio sulle forze armate e di polizia locali; sulla creazione di sistemi di controllo per aree provinciali, sperimentato inizialmente proprio in Afghanistan; sulla formazione di contractors stipendiati, come nel caso degli oltre novantamila iracheni del programma Sons of Iraq, addestrati ed armati direttamente dal governo americano ed utilizzati in operazioni di contro-guerriglia.
Ma i fenomeni insurrezionali presenti nel teatro mediorientale non sono assimilabili a quelli dei conflitti anti-coloniali degli anni Cinquanta e Sessanta o alla cosiddetta “guerra rivoluzionaria” d’Algeria e della lunga stagione delle guerre in Indocina, culminate con la sconfitta americana in Vietnam del 1975. In Medio Oriente, infatti, non si è davanti ad una strategia politico-militare collegata ad un’ideologia unitaria, a un movimento centralizzato, rigidamente organizzato e compartimentato: vi sono invece molteplici centri di opposizione, spesso in conflitto fra loro sul piano etnico e religioso, che hanno come motivazione prioritaria la resistenza all’occupante. Per questo, oltre la obiettiva difficoltà di sradicare un avversario così indefinito, alla prova dei fatti la sola componente della strategia di Petraeus che ha dato frutti, presentata come un’ondata risolutiva (Iraq troop Surge), è stata quella che a Baghdad ha fatto sì che, a colpi di orribili stragi, le popolazioni di diversa appartenenza religiosa si riposizionassero nei quartieri della capitale, creando di fatto aree settariamente contrapposte, costituendo un precario equilibrio sul territorio, tanto precario da essere già rimesso in discussione con le nuove stragi di questa estate 2009.
Qualcosa di simile si sta tentando di ottenere anche in Afghanistan, come dimostrano gli avvicendamenti al vertice del comando integrato, gen. David McKiernan è stato sostituito, dopo appena undici mesi di comando, dal gen. Stanley A. McCrystal, fino ad oggi comandante del Joint Special Operations Command, l’unità di comando che dirige tutte le operazioni delle forze speciali alleate. La motivazione di questa scelta, secondo fonti americane, è che “abbiamo una nuova strategia e con una nuova strategia dovranno esserci alcuni cambiamenti di leadership per portarla avanti”(2). Ufficiali che provengono dalle forze speciali americane sembrano cioè più idonei alla propagazione della Anaconda Strategy anche in Afghanistan, dove tuttavia il problema è, se possibile, ancora più complesso di quello iracheno per il quadro etnico-tribale del Paese che ha da tempo provocato il diretto coinvolgimento nella guerriglia del Pakistan occidentale, dove è in corso di ulteriore estensione.
Il naufragio di questa superata strategia contro-insurrezionale è già da tempo dimostrato dalle decine di migliaia di vittime tra la popolazione irachena che hanno portato il bilancio di quel conflitto, all’agosto 2009, a una cifra fra i 90.000 ed i 100.000 iracheni caduti (altre stime parlano di 30.000 militari e quasi 700.000 civili caduti) e a 4331 soldati americani, 933 contractors e 318 soldati di altre nazionalità caduti; mentre per l’Afghanistan parliamo di 682 soldati americani, 75 contractors e 382 caduti di altre nazionalità, oltre a più di 11.000 soldati afgani e oltre 7.500 vittime civili, che a loro volta si vanno a sommare alla cifre spaventose di quasi trent’anni di una guerra ininterrotta.
Si aggiunga a questo disastro militare il fatto che, in Afghanistan come in Iraq, abbiamo assistito al fallimento anche della strategia politica, costruita a tavolino dai teorici nordamericani, del democracy building con la quale si è tentato e si tenta di giustificare un attacco, come quello all’Iraq, ingiustificato da tutti i punti di vista, compreso quello del diritto internazionale. Le elezioni in Afghanistan di agosto sono state un’altra dimostrazione dei fallimenti di questa costruzione in vitro della democrazia: mentre i media italiani continuavano a celebrarle come una vittoria politica, sappiamo che la partecipazione al voto è stata inferiore al 50%, che la vittoria di Kharzai è contestata dal suo oppositore e, negli ultimi giorni, che si è reso necessario il riesame dei suffragi per l’estensione dei brogli elettorali – con buona pace di quanti si sono stracciate le vesti a proposito della vittoria di Ahmadinejad in Iran, incontestabile in termini numerici.
Infatti, a differenza di quanto avvenuto nel secondo dopoguerra, quando fu possibile imporre la democrazia a Germania, Giappone e Italia, trattandosi di Paesi unificati e culturalmente omogenei, ad un livello di sviluppo socio-economico paragonabile a quello delle grandi democrazie atlantiche – in un Medio Oriente devastato da decenni di conflitti insanabili la democrazia occidentale suona, nel migliore dei casi, come un’opportunità per i ristretti gruppi di potere legati agli Alleati di imporre i propri interessi per lo più di clan o economici: negli altri casi è una vuota parola, priva di qualsiasi possibile applicazione in contesti sociali completamente disintegrati, lacerati da conflitti religiosi ed etnici, spesso spregiudicatamente alimentati da forze esterne. Si aggiunga a questo che gli Stati Uniti hanno diretto la politica di occupazione, sia in Iraq che in Afghanistan, con una visione, tipica del pensiero wilsonista che predomina nelle amministrazioni nordamericane da un secolo, che non ha tenuto in alcun conto la complessa storia di questi Paesi.
Ora gli Stati Uniti sono impegnati in uno sforzo bellico internazionale le cui dimensioni ed il cui peso sul Paese sono notevolissimi: più di 350.000 uomini, pari a oltre il 25% delle forze armate Usa, sono attualmente all’estero; di questi, 190.400 erano impegnate in Iraq e nelle aree limitrofe alla fine dell’anno fiscale 2008; altri 32.300 erano dislocati in Afghanistan, ma sappiamo già che nel corso del 2009 almeno altre 17.000 unità sono state aggiunte a questo contingente e nell’agosto del 2009 si sta parlando di impiegare altre 40.000 unità, provvedimenti che porteranno a quasi 100.000 uomini la presenza militare americana in quel Paese. A causa della complessiva situazione del reclutamento Usa, che rappresenta un fattore critico di cui si parla pochissimo in Occidente, la maggior parte di queste unità saranno sottratte all’area irachena e del Golfo Persico, grazie agli accordi per il disimpegno. Il costo complessivo di questa presenza, secondo valutazioni attendibili, è stato nel 2008 di 102,5 miliardi di dollari, pari al 42% del bilancio per la sicurezza globale degli Usa che assommava a 630 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2008.
Il ruolo della Nato e quindi delle forze italiane inserite nella missione Isaf è quindi chiaramente di contribuire a colmare i vuoti che queste missioni stanno provocando nell’apparato militare americano: questo è il dato di fatto che occorre comprendere e valutare in sede politica. Non stiamo quindi combattendo in Afghanistan per il fantasma di una democrazia che questi Paesi non intendono avere da noi: stiamo combattendo per sostenere gli interessi strategici nordamericani nell’area mediorientale e centro-asiatica. Ora, la coincidenza di questi interessi con quelli europei e, nel loro ambito, italiani è la questione che dovrebbe essere posta al centro del dibattito, se finalmente un serio dibattito si aprisse nel nostro Paese su questa missione delle nostre Forze Armate.
A nostro avviso, né l’Europa né l’Italia hanno alcun interesse a proseguire l’occupazione dell’Afghanistan, soprattutto ora che, come molti sembrano dimenticare, questo conflitto si sta estendendo anche alle regioni occidentali del Pakistan, destabilizzandolo ulteriormente e introducendo così un ulteriore fattore di rischio nell’area del Medio Oriente allargato, tenuto conto del fatto che stiamo parlando di un Paese dotato di armamenti nucleare e con un contenzioso territoriale ed etnico-religioso aperto da sessant’anni con l’India.
Né vale continuare a richiamarsi, come fanno i nostri ministri, al pericolo costituito dal “terrorismo internazionale” perché è ben chiaro che questa strategia di occupazione militare sembra fatta apposta per alimentare il terrorismo in tutte le sue forme, oltretutto fornendo ad esso un’eccezionale motivazione, quella appunto della resistenza contro gli occupanti occidentali.
La complessiva pochezza della nostra classe politica fa sì che essa stia cercando in ogni modo di evitare che si affronti la questione nei suoi termini reali, giacché questo richiederebbe ben altro profilo nei confronti dell’alleato americano. Noi riteniamo invece che affrontare la questione nei suo veri termini sia la sola maniera seria di onorare i nostri caduti.

(1) Jauvert V., Les révélations d’un ancien conseiller de Carter, «Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes…», in “Le Nouvel Observateur” , n. 1732, 15-21 gennaio 1998.
(2) International Herald Tribune, 15 maggio 2009.

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