Il ruolo della chiesa romana nella formazione delle monarchie nazionali


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Il concetto di “nazione”, per come storicamente è nato, alla fine del Medioevo, è frutto di un compromesso tra forze politiche antiche e nuove, cioè nobiliari e borghesi, in funzione anti-imperiale (allora l’impero sostanzialmente coincideva con la Germania e una parte dell’Italia). La Germania, soprattutto con l’operato di Federico I Barbarossa, ma anche con quello dei suoi figli e nipoti, cercò di unificare l’Italia per poter dare al proprio impero dei confini omogenei, ma lo Stato della chiesa, nella parte centrale della nostra penisola, impedì sempre la realizzazione di questo obiettivo, anche a costo di far venire dalla Francia gli angioini, offrendo loro la possibilità di conquistare tutto il Mezzogiorno. La penetrazione in Italia di potenze straniere fu sempre favorita, più o meno direttamente, dalla chiesa romana, e sempre per impedire che si formassero a livello nazionale dei poteri in grado di ostacolare l’autonomia del proprio Stato temporale.

In un certo senso si può dire che la formazione delle nazionalità sia stata favorita dalla chiesa romana, che in epoca medievale temeva di più la forza degli imperatori tedeschi che non quella dei neonati sovrani francesi o inglesi, la cui sovranità in quel periodo non era ancora geograficamente “nazionale”, come lo sarebbe stata in epoca moderna. I sovrani erano tali su grandi regni, spesso in opposizione tra loro e tutti in opposizione all’impero, i cui confini non coincidevano con quelli delle attuali nazioni, essendosi definiti solo in epoca moderna.

In questi regni dominava politicamente la grande nobiltà, ma si permetteva alla borghesia di svilupparsi: senza il contributo della borghesia, che seppe far rinascere la vita urbana, aumentando quindi notevolmente la ricchezza della società, sarebbe stato impossibile far nascere la “nazione moderna”. Al massimo avremmo avuto o continuato ad avere piccoli o grandi regni feudali, in lotta tra loro, governati da forze reazionarie che ne avrebbero impedito lo sviluppo, e che, prima o poi, avrebbero dovuto affrontare lo scontro con le nazioni confinanti, da cui sicuramente sarebbero usciti sconfitti.

E’ il caso appunto dello Stato della chiesa, che da un lato era ostile all’egemonia imperiale, e dall’altro non aveva sufficiente consenso popolare e quindi forza politica per costruire la “nazione italiana”, e che alla fine del XIX secolo verrà spazzato via dalla borghesia nazionale. La chiesa romana si configurerà sempre come un potente regno feudale, destinato a non trasformarsi in “nazione”.

Perché una nazione potesse formarsi occorreva lo sviluppo ampio della borghesia, cioè lo sviluppo di una classe che ponesse fine al primato sociale e politico dell’origine nobiliare, al primato economico della proprietà terriera e quindi della rendita feudale, e che superasse la tipologia del rapporto di dipendenza personale tra nobile e servo della gleba, a favore di un rapporto di tipo contrattuale tra lavoratore e proprietario di capitali e di mezzi produttivi. Occorreva anche trasformare una religione feudale come quella cattolico-romana in una religione moderna: il protestantesimo.

La borghesia aveva bisogno della “nazione” per arricchirsi a dismisura, non poteva accontentarsi dei vecchi confini territoriali dei regni feudali, in cui nella sostanza prevaleva l’autoconsumo dei contadini, la rendita terriera dei nobili e la trasmissione ereditaria del potere. Lo sviluppo della borghesia avrebbe reso anacronistica la stessa rivalità tra i feudatari, relativa a confini del tutto locali-territoriali.

Anzi, considerando l’illimitata esigenza del profitto, tipica della moneta che va sostituendosi al baratto, gli stessi confini nazionali sarebbero col tempo serviti unicamente come trampolino di lancio per la conquista del mondo intero. Nel momento stesso in cui andava affermandosi il valore di scambio su quello d’uso, più diventavano universali gli scambi e più alti sarebbero stati i profitti.

Favorendo i grandi regni feudali in funzione anti-imperiale, la chiesa romana non si rendeva conto di porre una pericolosa ipoteca sul proprio futuro. Sotto questo aspetto, il rapporto con la Spagna controriformista fu emblematico della necessità di ripensare, da parte del papato, questo appoggio unilaterale. La formazione nazionale della Spagna era infatti avvenuta senza il concorso della borghesia, ma in virtù di una sorta di crociata interna contro islamici ed ebrei (che rappresentavano l’unica vera borghesia avanzata nell’allora penisola iberica): una crociata guidata dalla nobiltà, portata avanti dai contadini e sostenuta apertamente da motivazioni di tipo religioso.

La Spagna non divenne tuttavia una grande nazione in seguito alla propria unificazione, ma perché, in concomitanza ad essa, occupò militarmente l’America centro-meridionale, permettendo così alla propria nobiltà di sopravvivere indisturbata per ancora alcuni secoli. Con Carlo V e Filippo II la Spagna cercò di costruire un impero feudale in epoca moderna, e riuscì facilmente a ottenere l’appoggio della chiesa romana, che aveva tutto l’interesse di contrastare lo sviluppo delle nazioni borghesi, culturalmente sempre più protestanti.

Quindi se da un lato la chiesa romana favorì i grandi regni feudali contro il sacro romano impero germanico, dall’altro, quando si accorse che quei regni si stavano trasformando in nazioni borghesi e protestanti, non disposte a riconoscere alla chiesa il tradizionale potere feudale, iniziò a favorire un nuovo impero, quello di origine spagnola-asburgica, che non arrivò mai a minacciare seriamente i confini dello Stato della chiesa. Non dimentichiamo che la prima vera confisca dei beni ecclesiastici (quelli degli ordini regolari), avverrà soltanto sotto la rivoluzione francese e le campagne napoleoniche.

In Italia la chiesa romana, sin dagli inizi del basso Medioevo, prese a fare la stessa cosa: favorì i Comuni contro gli imperatori tedeschi, per poi ostacolarli quando essi cominciavano a diventare troppo estesi e troppo borghesi. La controriforma fu in tal senso una vera iattura per lo sviluppo della borghesia nazionale e per il processo di unificazione nazionale. Tuttavia, una volta sviluppatasi al di fuori dei confini della nostra penisola, la democrazia borghese sarebbe inevitabilmente dilagata anche da noi (cosa che avverrà tramite i rapporti tra Francia e Casa Savoia). E una volta sviluppatasi al di fuori dei confini dello Stato della chiesa, detta democrazia avrebbe finito col distruggere il potere temporale del papato (1871).

La borghesia infatti dapprima vuole imporsi come classe sociale, poi anche come classe politica. Il processo è stato lungo e faticoso, proprio per l’opposizione delle forze feudali e clericali, ma era destinato al successo, in quanto, sin dall’inizio, esso non aveva trovato ostacoli significativi da parte della chiesa. A livello istituzionale infatti la chiesa romana si esprimeva in forme contraddittorie ai valori del cristianesimo: questo non solo favoriva indirettamente la nascita di stili di vita borghesi, ma impediva alla stessa chiesa di porre un freno allo sviluppo di una mentalità non propriamente “cristiana”. Il papato non aveva “titoli etici” per ostacolare la nascita e lo sviluppo di processi sociali anti-cristiani.

Ecco perché la mentalità borghese s’è sviluppata molto tempo prima in Europa occidentale che non in quella orientale, dove il feudalesimo è praticamente rimasto integro sino agli inizi del XX secolo. Il concetto feudale di “impero” esprimeva astrattamente l’ideale di una giustizia di tipo “religioso”, palesemente in contrasto con la pratica del servaggio e della rendita, ma mentre questo ideale nel mondo bizantino e slavo non si scontrò mai con la pretesa della chiesa a una propria egemonia di tipo politico, nel mondo latino invece questa pretesa fu evidente sin da quando Costantino aveva trasferito la capitale del vecchio impero romano a Bisanzio.

Successivamente lo sviluppo della borghesia alzerà il livello dello scontro tra le classi, trasferendolo da istanze locali-territoriali a quelle nazionali e internazionali. Cioè la borghesia avrà la capacità d’imporsi come classe nazionale, a differenza di quella feudale, che rimase “regionale”. La borghesia riuscirà addirittura a far credere che i suoi interessi di classe coincidono con quelli dell’intera nazione, sicché quando una nazione dichiarerà guerra a un’altra nazione, tutte le classi difenderanno gli interessi della propria nazione, convinte di difendere i propri stessi interessi. Così possono essere lette tutte le guerre nazionali borghesi fino alle due mondiali del XX secolo.

Il concetto borghese di “nazione” esprime l’ideale di una libertà più laica, apparentemente assicurata dalla democrazia parlamentare, che ha il compito di mistificare la reale natura di classe degli interessi borghesi.

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