Crisi economica e crisi ambientale


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Carla Ravaioli* – 19 Gennaio 2009

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, l’uno accanto all’altro, gli articoli di Federico Pirro e Carla Ravaioli. Si tratta di interventi dai quali traspare una sensibilità molto diversa sui temi della produzione e dell’ambiente. Noi riconosciamo pienamente le ragioni dell’ambientalismo, anche se ancora attendiamo che le cosiddette teorie della decrescita, cui parte del movimento ecologista tende ad appellarsi, diano prova di coerenza scientifica e di non contraddittorietà politica rispetto alle istanze del lavoro subordinato. Ma soprattutto siamo convinti che in generale si debba cercare di  uscire dalla contrapposizione tra un industrialismo lesivo dell’ambiente e un anacronistico ambientalismo antindustrialista. Sebbene ancora molto sia il lavoro da fare in tal senso, negli articoli qui presentati si individuano alcuni passi nella giusta direzione. Il nostro auspicio è che la loro pubblicazione possa dare avvio a un dibattito teso concretamente, e finalmente, alla individuazione di una “sintesi” tra le diverse visioni. (La Redazione).

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”
Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT [1], a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa  Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.
Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?
In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e – al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).
Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione  unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” [2]) e non voglio insistere.
Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico [3], dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche [4]. Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.
Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte [5], con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”.
Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” [6]. Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha [7]. “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward  O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.
Ma ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.
A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò – afferma – non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…
“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni  “antisistema”.
Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente  “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni [8] nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?
*Saggista.
[1] “I limiti dello sviluppo” Mondadori 1972, il primo famosissimo libro sulla materia, fu commissionato dal Clud Roma, presieduto da Aurelio Peccei, e firmato da un gruppo do studiosi del Mit.
[2] Con lo stesso titolo gli atti del convegno sono pubblicati a cura di Paolo Leon e Riccardo Realfonzo, Manifestolibri 2008.
[3] “Decarbonizzare per intero l’economia globale” è una urgente necessità secondo il Tyndal Center for Climate Research 8V. (Internazionale 12 dicembre 08).
[4] “Le risorse dell’anno sono esaurite – Da domani la Terra è in rosso”, titolava in prima pagina La Repubblica del 22 ottobre scorso.
[5] André Gorz, “Crise mondiale, Dècroissence et Sortie du capitalisme”, in Entropia, 2007, N°2.
[6] J. Diamond – Come le società scelgono di morire o vivere. Einaudi 2005.
[7] Tra l’altro, autore di un libro significativamente intitolato “Il caos prossimo venturo”, Neri Pozza 2007.
[8] E’ un momento di “La politica degli orari di lavoro”, dialogo in appendice alla 2a edizione di C. Ravaioli, “Tempo da vendere | Tempo da usare”, F.Angeli 1988, p.158.

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