Salerno, il sindaco va veloce ma il Pd arranca

 

Ninni Andriolo

Da Calatrava a Fuksas, da Bohigas a Chipperfield, da Jean Nouvel a Zaha Hadid. A Salerno non c’è «Palazzo Vecchio o il Colosseo», ma il sindaco non si scoraggia e guarda a Valencia o Barcellona. Firme di rilievo dell’architettura contemporanea per trasformare in stazione marittima i vecchi magazzini generali o lo scalo merci in cittadella giudiziaria. La fondarono in quattro questa città sdraiata sul Tirreno: un greco, un ebreo, un arabo e un latino. Ma quella è una leggenda antica. La storia di oggi, invece, porta il nome di Vincenzo De Luca, il sindaco che ha rifondato la città dopo alluvione e terremoto. Diciotto punti in più: i sondaggi dei mesi scorsi bissano il successo amministrativo del 2006. La «politica del fare» contrapposta a quella «politicante dei partiti». Del Pd, innanzitutto, il partito di cui De Luca è un po’ padre e un po’ padrone. Comproprietario, in realtà, per via delle quote suddivise tra ex diessini ed ex diellini. A Salerno il Pd ha raggiunto alle elezioni consensi maggiori di quelli nazionali.
In provincia ha incassato meno. Ma i democratici ancora non decollano come forza organizzata: una cinquantina di circoli già formati a fronte di 158 comuni, 10.000 preiscrizioni, con il tesseramento tuttora bloccato. «I Ds contavano circa 120 sezioni – ricorda Alfredo D’Attorre, già segretario del partito di Fassino – Nel 2006 avevamo circa 13000 tesserati, insieme alla Sinistra giovanile». E oggi? «La decisione di sciogliere i vecchi partiti, senza che nessuno avesse idea di come organizzare concretamente il nuovo, è stata un errore – aggiunge – Occorreva qualche passaggio intermedio. C’è da dire, però, che oggi il Pd conta su un terzo dei voti. Un dato da cui ripartire con determinazione, ma il centro deve trasmettere l’idea di voler costruire un partito vero». D’Attorre, 35 anni, è tra i promotori di Red, l’associazione legata a Italianieuropei. «A Salerno e in campania Red avrà un profilo politico culturale, cercando di collegarsi al lavoro della Fondazione che ha aperto una sede a Napoli». Qui le «aree politiche» proliferano più che a Roma. Carmine Pinto, altro promotore di Red e docente di filosofia, racconta di gruppi dirigenti dei circoli nominati a tavolino, fotografando le percentuali provinciali di questo o quel raggruppamento e calandole giù fino a quartieri e comuni. Correnti, gruppi, fino “alle monadi”, fino ai piccoli “potentati”. Se al centro salta l’accordo, il parto del circolo si rinvia, in attesa di tempi migliori.
Manca «la sintesi» tra già diessini e già diellini? Per Alfonso Andria, ex popolare, ex presidente della Provincia, ex sfidante dell’attuale sindaco nel 2006, il problema «delle originarie appartenenze è superabile, se non già superato». Il ministro ombra Pd per l’Agricoltura punta il dito contro il «soffocamento del partito» a livello locale. E a De Luca, che parla di un «Pd di anime morte», Andria replica che «evidentemente c’è chi vuole così, c’è a chi conviene». C’è una giustapposizione «tra le istituzioni e il partito – aggiunge – E tutto questo provoca un blocco dello sviluppo organizzativo, che configge con i desideri della base». Ma Luca Lascaleia, ex Sinistra giovanile, vede positivo anche sulla possibile intesa tra il sindaco e i suoi critici più ostinati. «Il problema è riuscire a far dialogare tra loro istituzioni e partiti». Ma De Luca rifugge dalle discussioni «in politichese» che tengono occupato «chi non ha mai sentito l’odore del sudore della gente». Il sindaco prende le distanze dalle «mediazioni» «dalle trattative estenuanti», dal «perder tempo senza decidere». «Ho incontrato da sempre ostacoli e ostilità. Non da fuori, ma da dentro il partito – accusa – Nessuno ha avuto modo di riflettere su un quindicennio in cui io ho avuto ragione e torto il partito. Riesci a trasformare una realtà urbana e hai un consenso altissimo, una forza politica dovrà pur porsi il problema di riflettere sul suo rapporto con la gente». Ultima candidatura nel 2006 con i «riformisti per Salerno» – una lista con molti ds che sfidò il resto della coalizione – da quindici anni (un intervallo parlamentare, senza perdere d’occhio il suo Comune), De Luca vive la luna di miele con i salernitani. La sua popolarità cresce, come la “movida” che anima le notti in via Roma, o nel centro storico rimesso a nuovo. Immigrato a Salerno da un paesino della Lucania, il sindaco parla alla pancia della città popolana e moderata. E scaccia albanesi, rom, rumeni, senegalesi e prostitute. Ha fatto della sicurezza la sua bandiera, della caccia all’immigrato «che non rispetta la legge» un punto d’onore. Va bene la solidarietà, sottolinea, ma «l’insicurezza è un’emergenza e non si può continuare a fare i poeti». Loda il leghista Maroni, fa i turni di notte in giro per quartieri con i vigili urbani, perché «i primi a rischiare le coltellate sono loro», Sindaco «sceriffo»? A costo di finire in ospedale per i ceffoni di una squillo con foglio di via obbligatorio. «Populismo leghista in salsa salernitana», accusano gli anti-deluchiani che, cifre alla mano, negano che qui il problema più grave sia quello dell’immigrazione e puntano il dito contro un «seminar paura» che riproduce in «fotocopia» quello della destra berlusconiana. De Luca non se ne cura e va avanti per la sua strada. E trova perfino il tempo – novello «maestro Manzi» – di insegnare in tv i principi di una perfetta raccolta differenziata. Un venerdì dopo l’altro, in televisione: la «fatwa del sindaco», scherzano i collaboratori.
Ufficio a pochi metri dalla sala dei marmi dove Badoglio riuniva il suo governo, De Luca regna su Salerno come un tempo regnarono longobardi e normanni. «La fiducia nel cambiamento nasce soltanto dalla verifica del cambiamento – insiste, seduto in un bar, davanti al Duomo – Il tempo degli annunci è finito, Oggi è il momento dei bilanci. Non puoi più dire “faremo”, ma “abbiamo fatto”». Ex comunista di lungo corso, già riformista di scuola dalemiana, De Luca fece un passo indietro quando Bassolino, avversario di sempre, strinse legame con D’Alema. Oggi si definisce un pd “liberal-gobettiano”, un «deluchiano di ferro» che si schiera contro «le correnti». E che fa appello perché «sostengano tutti lo sforzo di semplificazione e di chiarimento programmatico avviato da Veltroni». Dal segretario, cioè, al quale De Luca oggi si ricollega.
I suoi lo vorrebbero alla presidenza della Campania. E la Salerno politica nota segnali di pace lanciati alla volta di Bassolino. Disponibilità alla candidatura? «Non faccio certo l’idraulico, chiaro che guardo con interesse alla Regione, Adesso, però, bisogna lavorare. Quando verrà il momento dirò sicuramente la mia». Non entra in gioco platealmente, Vincenzo De Luca. Si scalda a bordo campo e da lì cerca di capire se lo spazio c’è e se la squadra Pd lo farà segnare. Dovrà fare i conti con il resto del partito, e con la corsa per il dopo Bassolino già avviata da Luigi Nicolais.
Cosa ne pensano i democratici salernitani? Massimo Adinolfi, docente di filosofia a Cassino, spiega che «De Luca viene da una scuola politica capace di fare emergere dirigenti di primo piano. L’immagine positiva del sindaco è legata all’amministratore che sceglie e decide in tempi rapidi. Non all’uomo forte, ma alla macchina amministrativa che qui funziona bene». Per Adinolfi, tuttavia, «il problema è capire come sia possibile costruire un Pd capace di sfornare personalità a livello di De Luca, oggi, alle soglie del 2009». Accade, di converso, «che essendosi spappolati i partiti, rimangono soltanto le figure personali». L’efficienza amministrativa, poi, «non deve per forza di cose scolorire un certo orizzonte ideale». Nel Salernitano il Pd governa provincia, città capoluogo e un’ottantina di comuni. Ma Baronissi, lunga tradizione di sinistra, è un caso da manuale. Con il Pd diviso tra maggioranza (con An, Fi e Rifondazione) e opposizione.
A Pontecagnano, invece, il Pd è in minoranza. Lì si governava fino al 2007, poi il Pd è passato all’opposizione. Il circolo Pd in paese c’è e funziona pure. Popolari, diessini, socialisti, ambientalisti, donne, un ragazzo ex Prc, società civile: una mescolanza che piacerebbe dovunque in giro per l’Italia. «Abbiamo messo assieme esperienze diverse, ma oggi abbiamo una sola identità», spiega il segretario Enrico Ferrara. Si sono ritrovati in trenta sabato intorno al tavolo. Carla, 25 anni, racconta «orti di città», giardini gestiti dagli anziani nel parco geo-archeologico del Comune. «Pontecagnano è un esempio di come dovrebbe nascere il Pd dappertutto», sottolinea Michele Figliulo, segretario del Pd Salernitano. La tangenziale ci riporta a Salerno, al “bar goccia” dove ci attende Michele Grimaldi. «Le appartenenze ai gruppi sono più forti di quelle al partito», racconta l’ex Sg della segreteria Pd campana. A Salerno non si riesce «a esprimere una forza organizzata visibile», afferma. Poi, però, «basta attaccare un manifesto e la gente arriva, uno rompe il ghiaccio e si va avanti a discutere per ore». Le primarie? «Strumento ottimo per selezionare i candidati, ma non per il gruppo dirigente del partito che, altrimenti, tende a confondersi con le istituzioni». Si ripropone il nodo Pd-enti locali. «Le critiche ai primi cittadini? – si chiede Luigi Gravagnolo, sindaco Pd di Cava dei Tirreni – Non ci si rende conto che le amministrazioni sono una grande opportunità per i democratici e che, anzi, sono loro il partito nel territorio».

Pubblicato il: 15.10.08

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