La guerra per l’Ossezia Meridionale


ho trovato questo articolo che mi sembra possa esserci molto di aiuto per capire cosa succede.
 
 
di Daniele Scalea*
 
La Georgia da Giasone a Gamsakhurdia
La Georgia è stata parte del medesimo Stato della Russia fino al 1991, quando si costituì a nazione indipendente sulle ceneri dell’Unione Sovietica. Anticamente, in questa regione occidentale del Caucaso v’erano diversi paesi, il più importante dei quali fu il Regno della Colchide, posto sul litorale del Mar Nero e ben noto anche agli Elleni: secondo la leggenda fu qui che Giasone ed i suoi Argonauti, aiutati dalla principessa indigena Medea, ottennero il vello d’oro. La parte orientale e meridionale della Georgia, più montuosa, era invece riunita nel Regno di Kartli (“Iberia” per Elleni e Romani). Questi due Regni furono tra i primi ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale, già agl’inizi del IV secolo. Caduta in mano ai Romani nel 66 d.C. e rimasta nell’orbita di Roma prima e di Costantinopoli poi per quasi mezzo millennio, l’attuale Georgia fu spesso campo di battaglia per le armate opposte dei Bizantini e dei Persiani: questa situazione favorì l’ulteriore disintegrazione politica del paese, che nel VII secolo rappresentò una facile preda per l’espansione araba. Nell’XI secolo il paese si liberò dalla dominazione araba, e per la prima volta s’unì in un solo Regno di Georgia, che iniziò ad espandersi in tutto il Caucaso, nel contempo difendendosi con successo dai Turchi Selgiuchidi. Nel XIII secolo, però, anche la Georgia cadde repentinamente davanti all’avanzata dei Mongoli, disgregandosi in numerosi staterelli, successivamente inglobati alcuni dall’Impero Ottomano, altri da quello persiano. Solo nel 1762 una parte del paese tornò indipendente: quella orientale, riunificata da Erekle II come Regno di Kartli-Kakheti. Nel 1783 questo reame stipulò con l’Impero Russo il Trattato di Georgiev’sk, ponendosi sotto la protezione dello Zar, il quale era riconosciuto come legittimo sovrano della Georgia Orientale (cui era comunque garantita l’autonomia interna). Il 22 dicembre 1800, su richiesta dello stesso sovrano georgiano Giorgio XII, lo zar Paolo I decretò l’annessione del Regno di Kartli-Kakheti alla Russia. Dopo alcuni contrasti con la nobiltà locale, ostile all’annessione, le truppe russe nell’estate del 1805 furono decisive per respingere un’offensiva persiana (Battaglia del fiume Askerani). Cinque anni più tardi, le armate dello zar Alessandro I incorporarono nell’Impero Russo anche la parte occidentale della Georgia, allora costituita come Regno d’Imereti. Nei decenni successivi i Russi sostennero numerose guerre contro Turchi e Persiani, ingrandendo sensibilmente i confini della Georgia con la conquista dell’Ažarija, delle città di Lomse e Poti, e dell’Abchazija.
 
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, con i socialdemocratici bolscévichi assurti al potere a Pietrogrado, molte regioni già facenti parte dell’Impero dello Zar – rette dai socialdemocratici menscévichi – proclamarono l’indipendenza: si trattò della Finlandia, dei paesi baltici, della Bielorussia, dell’Ucraìna e dei paesi transcaucasici, senza dimenticare le varie ed effimere formazioni politiche create dai “Bianchi”, i controrivoluzionari zaristi. Poche di queste dichiarazioni d’indipendenza furono realmente motivate da un sentimento nazionale diffuso a livello popolare, e talora esso non era radicato neppure nelle classi dirigenti indigene: lo dimostra il fatto che dopo la Rivoluzione di Febbraio il corpo dell’ex Impero Russo fosse rimasto intatto. La miccia che lo fece esplodere ed andare in frantumi fu la violenta presa di potere da parte dei bolscévichi, che nel novembre 1917 occuparono la capitale Pietrogrado ed all’inizio del 1918 sciolsero con la forza l’Assemblea Costituente appena eletta, poiché i loro rappresentanti v’erano in netta minoranza. Fu allora che quelle stesse forze politiche, estromesse dal potere in Russia, si rifecero sui bolscévichi proclamando l’indipendenza delle regioni periferiche da loro controllate. Di questi effimeri governi separatisti, quello georgiano è considerato il più stabile ed efficace nella sua opera amministrativa, anche se di fatto la “Repubblica Democratica di Georgia” fu poco più d’un protettorato dell’Inghilterra (intervenuta militarmente in funzione anti-bolscevica, al pari delle altre potenze dell’Intesa). Durante la sua breve vita, il governo menscévico georgiano si distinse anche per l’aggressività: dapprima fu in guerra con l’Armenia per contendersi alcuni territori etnicamente misti, quindi attaccò l’Armata Bianca di Moiseev e Denikin per estendere i confini georgiani verso Soči (oggi nota località turistica russa sul Mar Nero). Ciò non fece altro che indebolirlo in vista del confronto finale con i bolscévichi, nel frattempo usciti vincitori dalla guerra civile ed impegnati a recuperare allo Stato le regioni separatiste: nel febbraio 1921 l’Armata Rossa entrava in Georgia, sopprimendo in pochi giorni la repubblica menscévica e filo-inglese ed incorporando il paese nella nascente Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (dapprima come parte della Transcaucasia, dal 1936 come repubblica federata a se stante). Quando nel gennaio 1924 morì, dopo una lunga e debilitante malattia, il capo dei bolscévichi e presidente della Russia, Vladimir Ilič Ul’janov (meglio noto come Lenin), fu proprio un georgiano a succedergli: Iosif Vissarionovič Džugašvili, nativo di Tblisi e passato alla storia come Stalin, l’uomo che resse le sorti dell’Unione Sovietica per un trentennio.
 
Mezzo secolo più tardi l’URSS giunse alla fine della propria strabiliante ma effimera epopea. La Georgia dichiarò la propria indipendenza il 9 aprile 1991, ed ebbe come primo presidente (eletto nel 1990, quando il paese era ancora federato con l’URSS) Zviad Gamsakhurdia, già dissidente di spicco durante l’epoca comunista. L’indipendenza proclamata al motto di “La Georgia ai Georgiani” non poté che preoccupare le numerose minoranze etniche presenti nell’entità amministrativa di Tblisi, che Gamsakhurdia ed i suoi seguaci nazionalisti immaginavano erroneamente come un blocco nazionale monolitico. In particolare le regioni dell’Ažarija e dell’Abchazija (che, come si ricorderà, furono annesse alla Georgia dai Russi stessi dopo averle strappate ai Turchi), nonché quella dell’Ossezia del Sud (i cui abitanti sono affini a quelli della provincia russa dell’Ossezia del Nord), rivendicarono per se stesse il medesimo diritto all’autodeterminazione che Tblisi pretendeva (e mise in pratica) nei confronti di Mosca. Già nel 1989 l’Ossezia del Sud, allora provincia autonoma all’interno della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia, era stata teatro di violenti scontri tra osseti, fedeli a Mosca, e nazionalisti georgiani. Il consiglio regionale osseto arrivò a deliberare la secessione dalla RSS georgiana, ma quest’ultima rispose togliendole lo status d’autonomia, suscitando così nuove violenze. Gli scontri intestini alla neonata Georgia non erano però di sola natura etnica, ma anche politica: il 6 gennaio 1992 Gamsakhurdia fu rovesciato da un colpo di Stato cruento e tutt’altro che rapido, essendo scattato circa due settimane prima. Gamsakhurdia si rifugiò (dopo una breve sosta in Armenia) in Cecenia, presso il governo ribelle del generale Džochar Musaevič Dudaev; i golpisti proclamarono nuovo presidente Eduard Ševardnadze, già ministro degli esteri sovietico sotto Michail Gorbačëv. Gli scontri tra sostenitori del nuovo presidente e partigiani di quello deposto proseguirono per due anni. Nel settembre 1993, poi, scoppiò una vera e propria guerra tra l’esercito georgiano e gli Abkazi, i quali, maggioritari nel nord-ovest del paese, rifiutano ancora oggi di sottomettersi al governo di Tblisi. Gli scontri furono cruenti e videro uscire vittoriosi gli Abkazi, che ricacciarono le truppe di Tblisi seguite da alcune migliaia di abitanti georgiani dell’Abchazija. Gamsakhurdia colse al volo l’occasione, e già alla fine di settembre del 1993 rientrò in patria, conducendo i suoi seguaci armati in un tentativo di rivolta. L’insurrezione parve poter avere successo, ma Ševardnadze, accettando di far aderire la Georgia alla Comunità degli Stati Indipendenti, incassò l’appoggio dei paesi vicini ed in particolare della Russia, che inviò in suo aiuto uomini e materiali: in novembre gl’insorti erano già sconfitti, ed il mese dopo il loro capo Gamsakhurdia morì in circostanze non del tutto chiarite. Nel frattempo, i lunghi mesi di disordini e scontri intestini erano costati cari alla neonata repubblica georgiana: oltre all’Abchazija, anche l’Ossezia del Sud era riuscita a rendersi indipendente: curiosamente, per la libertà della prima combatterono anche numerosi separatisti ceceni, mentre per la seconda fu decisivo l’aiuto russo.
 
La “rivoluzione delle rose”: Saakašvili presidente della Georgia
Il presidente Ševardnadze nel decennio successivo ottenne due sanzioni popolari, vincendo le elezioni nel 1995 e nel 2000. Le elezioni parlamentari del 2 novembre 2003, con i presunti brogli in esse denunciati dai media e dalle organizzazioni filo-statunitensi, rappresentarono la miccia per un nuovo rivolgimento politico violento, la cosiddetta “rivoluzione delle rose”. Ševardnadze ha spesso ripetuto che a volere e dirigere quel colpo di Stato furono gli USA; ed il deposto presidente georgiano non può essere certo sospettato di “antiamericanismo” preconcetto: di lui si ricorda che, in qualità di ministro sovietico, durante un colloquio con l’allora presidente statunitense George H. W. Bush, chiese a quest’ultimo di suggerirgli quale politica estera avrebbe dovuto seguire l’URSS, in quando egli desiderava rinunciare a qualsiasi velleità di difesa degl’interessi nazionali. Tuttavia, da presidente della Georgia, Eduard Ševardnadze era apparso troppo autonomo e, soprattutto, troppo incline a mantenere buoni rapporti con Mosca. Fu probabilmente per questo che gli USA orchestrarono una delle “rivoluzioni colorate” meglio riuscite, riportando al potere un nazionalista xenofobo e violentemente antirusso: il nuovo Gamsakhurdia si chiama Michail Saakašvili, giurista formatosi nelle università statunitensi. Saakašvili era stato ministro della giustizia durante il governo di Ševardnadze, ricordato per la dura repressione (in parte motivata dall’insurrezione gamsakhurdiana e dalla lotta al secessionismo). Da presidente, non ostante la continua retorica sulla “democrazia”, Saakašvili non è stato più rispettoso delle libertà civili del suo popolo: eletto con percentuali bulgare (96% il 4 gennaio 2004), ha spesso accusato i suoi oppositori d’essere criminali comuni o agenti dei Russi, trattandoli di conseguenza. Giunto al potere, Saakašvili ha epurato la classe dirigente georgiana con arresti di massa sia tra ex ministri di Ševardnadze (cioè suoi ex colleghi, in polemica coi quali s’era dimesso) sia tra semplici amministratori locali. Nel 2004 un gruppo d’intellettuali georgiani scrisse una lettera aperta, denunciando l’intolleranza verso gli oppositori politici.
 
Un caso emblematico dello squallore e della violenza prevaricatrice imperante nella Georgia di Saakašvili fu l’omicidio di Sandro Girgvliani. Costui, ventottenne dirigente bancario, la notte tra il 27 ed il 28 gennaio 2006 aveva avuto un diverbio presso un locale di Tblisi con alcuni alti funzionari del Ministero degl’Interni, là radunati per festeggiare il compleanno d’uno di loro, l’ispettore generale Vasil Sanodze. Girgvliani ed il suo amico Levan Buchaidze all’uscita del locale furono caricati a forza su una Mercedes e portati alla periferia della città: Buchaidze riuscì a fuggire, ma Girgvliani fu ritrovato solo la mattina seguente, ammazzato di botte. L’inchiesta condotta dalla televisione “Imedi” riuscì a far luce sul caso, denunciando le responsabilità del Ministero degl’Interni. I quattro presunti esecutori materiali dell’omicidio furono arrestati e condannati a pene tra i sette e gli otto anni di carcere, ma i mandanti rimangono tutt’ora impuniti: non ostante le proteste popolari, tutti gli alti funzionari del Ministero sono rimasti al proprio posto. Badri Patarkatsišvili, proprietario della rete televisiva “Imedi” che denunciò le responsabilità delle autorità nell’omicidio Girgvliani ed in una serie d’altri casi simili, fu in seguito sottoposto a numerose indagini fiscali e pressioni politiche affinché ponesse un freno all’autonomia dei suoi giornalisti. Irakli Okruašvili, già ministro della difesa georgiano, accusò il suo ex alleato Saakašvili di voler attentare alla vita stessa di Patarkatsišvili, che nel frattempo era sceso in politica come oppositore del Presidente: due giorni più tardi Okruašvili fu arrestato con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro sporco, e solo una volta ritrattate le accuse verso Saakašvili fu scarcerato. Espatriato in Francia, dove ha ottenuto l’asilo politico, il 5 novembre 2007 è apparso sulla televisione “Imedi”, dove ha nuovamente riconfermato la veridicità delle accuse rivolte al Presidente in carica, giustificando la sua ritrattazione con la prigionia impostagli. Pochi mesi più tardi è stato condannato in via definitiva dalla giustizia georgiana, la stessa che si è rifiutata d’indagare sulla presunta volontà omicida di Saakašvili verso Patarkatsišvili. Per inciso, il 12 febbraio 2008 Badri Patarkatsišvili è stato trovato morto nella sua residenza in Inghilterra, poche ore dopo un incontro privato con Boris Berezovskij, “oligarca” russo acerrimo nemico di Putin: l’uomo d’affari georgiano, appena cinquantaduenne e mai afflitto da problemi cardiaci nel corso della sua vita, era stato stroncato da un infarto. La polizia locale ha classificato il caso come «sospetto».
 
Saakašvili ha regolarmente adottato il pugno di ferro contro l’opposizione. Nella seconda metà del 2007, il Governo ha risposto con la repressione alle manifestazioni promosse dai suoi avversari politici: il 7 novembre, dopo ripetuti assalti della polizia, un gruppo di dimostranti decise di resistere alla violenza istituzionale, generando scontri di piazza. Saakašvili colse al volo il pretesto per proclamare lo stato d’emergenza per quasi dieci giorni, imponendo tra l’altro la censura ai media nazionali. Tuttavia, le massicce proteste di piazza costrinsero Saakašvili a dimettersi ed affrontare, nel gennaio 2008, una nuova prova elettorale: vinta, ma con forti critiche sia dall’OSCE (in genere molto accondiscendente verso i candidati favoriti da Washington) sia dall’opposizione, che ha denunciato brogli sistematici e sondaggi d’opinione manovrati.
 
Michail Saakašvili non ha mai dimenticato l’appoggio decisivo datogli dagli USA per la sua presa di potere violenta. Durante i suoi mandati presidenziali è stato un fido alleato degli USA, distinguendosi anche per un nazionalismo incline a rischiosi colpi di testa e per una russofobia viscerale, del resto ampiamente condivisa dai suoi connazionali. Saakašvili ha fatto dell’ingresso della Georgia nella NATO il suo principale obiettivo, ed ha inviato corposi contingenti di truppe al seguito degli USA in tutti i principali teatri di guerra ed occupazione: Iràq, Afghanistan e Kosovo. Ma, se le truppe georgiane stanno in Kosovo ad assicurare la libertà della locale minoranza etnica di separarsi dallo Stato serbo, Saakašvili non ha mai riconosciuto il medesimo diritto alle “sue” minoranze desiderose d’indipendenza: Ažarija, Abchazija e Ossezia del Sud. La “ricomposizione dell’unità nazionale” è stato invece uno dei suoi cardini programmatici. L’Ažarija, a differenza delle altre due regioni, non aveva mai sostenuto una guerra con la Georgia per ottenere la sua indipendenza, che del resto non rivendicava formalmente: tuttavia, durante il convulso periodo di Ševardnadze, s’era resa indipendente de facto. Già all’inizio del 2004, appena divenuto presidente tramite il colpo di Stato noto come “rivoluzione delle rose”, Saakašvili costrinse con la minaccia dell’uso della forza militare l’Ažarija a risottomettersi all’autorità di Tblisi, privandola tra l’altro della tradizionale autonomia. A Batumi, capitale dell’Ažarija, si trovava la XII Base Militare russa, una delle ultime strutture sovietiche ereditate da Mosca al di fuori del proprio territorio nazionale. Dopo lunghi mesi di tensioni, si giunse ad un accordo tra Tblisi e Mosca, ed i Russi hanno abbandonato la base nel novembre 2007, con un anno d’anticipo sui tempi previsti. La Federazione Russa non oppose grande resistenza per difendere l’Ažarija né la sua base di Batumi, distanti dal proprio territorio e strategicamente di scarsa importanza. Tutto cambiò quando Saakašvili, ringalluzzito dal primo successo, tentò di ripetere il colpo con l’Ossezia del Sud. Questa regione, che i locali chiamano Chussar Iryston (Južnaja Osetija in russo), confina direttamente col territorio della Federazione Russa, ed in particolare con una provincia etnicamente affine: la Repubblica dell’Ossezia del Nord – Alania. Benché gli Osseti, discendenti degli Alani, rappresentino un’etnia assai distinta da quella russa – iranica la prima, slava la seconda – essi nella fase post-sovietica sono stati i “fedelissimi” di Mosca nel Caucaso Settentrionale. All’inizio degli anni ’90, mentre gli Osseti meridionali si scontravano sanguinosamente con i Georgiani per non sottostare alla neonata repubblica di Tblisi, quelli settentrionali affrontavano gl’Ingusci, predominanti nel distretto di Prigorodnij ed assai vicini politicamente ai ribelli ceceni. Gl’Ingusci sono stati in larga parte cacciati dal distretto, ripopolato con profughi dell’Ossezia del Sud in fuga dalle violenze georgiane. La rivalità tra gli Osseti ed i terroristi islamisti, tuttavia, non s’è mai sopita, come dimostrò tragicamente l’eccidio di bambini osseti perpetrato dai ceceni di Šamil Basaev a Beslan, nel 2004. Quando Saakašvili divenne presidente della Georgia, l’Ossezia del Sud era in pace da circa un decennio: nel 1992 Tblisi, Mosca e Tschinvali (capitale dell’Ossezia del Sud) s’erano accordate per un cessate-il-fuoco, installando nella provincia una forza di pace mista, composta da Georgiani, Russi e Osseti. Nel 2004, sottomessa l’Ažarija, Saakašvili fece rimontare la tensione con l’Ossezia del Sud: per anni, tuttavia, lo scontro non è andato oltre una guerra “sotterranea” e “sporca”, fatta di sequesti, attentati dinamitardi ed occasionali scontri a fuoco tra opposte milizie.
 
L’esplosione del conflitto
Nell’estate 2008 la Georgia ha impresso un salto di qualità al suo attivismo bellico. Se fino ad ora s’era limitata a fomentare sporadici scontri di confine e condurre una diplomazia fortemente ostile alla Russia (basti pensare alla stretta alleanza con l’Ucraìna di Juščenko e Timošenko, ai tentativi d’accedere alla NATO, alla costruzione dell’oleodotto Bakù-Tblisi-Ceyhan, pensato per escludere la Russia dal commercio delle risorse idrocarburiche del Mar Caspio), in questi ultimi mesi Tblisi ha moltiplicato le provocazioni, con l’intento evidente di giungere ad uno scontro armato. È difficile stabilire ora quali progetti abbiano popolato, e magari animino tutt’ora, la testa di Saakašvili e del suo entourage: forse superare la crisi politica interna indicando alla popolazione un nemico esterno, facendola stringere attorno al proprio Presidente; forse la speranza era quella di poter conquistare Abchazija ed Ossezia con veloci colpi di mano, non dando il tempo a Mosca di rispondere; forse il desiderio era ed è davvero quello di coinvolgere la Russia in una nuova guerra nel Caucaso, sia per logorarne lo strumento militare, sia per appannarne l’immagine internazionale con l’ausilio della possente macchina propagandistica manovrata da Washington. Quel che è certo, conoscendo la strettissima alleanza tra Tblisi e Washington, è che gli USA abbiano giocato un qualche ruolo nell’esplodere della crisi: come minimo, non hanno fatto nulla per impedire a Saakašvili di scatenare questa guerra. Ma andiamo con ordine nella descrizione dei fatti.
 
Un punto di partenza ragionevole, per non dover risalire ad incidenti e dispute più antiche, si può porre al 20 aprile di quest’anno quando, secondo le autorità georgiane, un loro “drone” (un aereo-spia senza pilota, parte di un lotto che la Georgia ha acquisito da un’azienda privata israeliana, col benestare del Ministero della Difesa di Tel Aviv) viene abbattuto nei cieli dell’Abchazija da velivoli russi. Tblisi chiede allora una compensazione a Mosca, che nega invece il fatto. La tensione nella zona era già alta, in quanto la Georgia aveva cominciato ad ammassare truppe al confine con la regione separatista, in particolare nell’area contesa delle Gole di Chodori. Il 29 maggio un’autobomba scoppia a Tschinvali, durante le celebrazioni per la festa dell’indipendenza, ferendo sei passanti: il presidente osseto accusa dell’attentato il governo georgiano. Il 31 maggio trecento soldati russi disarmati entrano in Abchazija, su richiesta del governo locale, per aiutare nella costruzione d’una rete ferroviaria: nei medesimi giorni Mosca completa la rotazione delle sue truppe di pace presenti nella provincia, aumentandone il numero – in risposta alla mobilitazione georgiana – ma senza superare la quantità massima prevista dagli accordi (ossia 3.000 soldati): ciò fa gridare i Georgiani alla “occupazione dell’Abchazija”, spalleggiati dall’Unione Europea che chiede il ritiro delle truppe russe aggiuntive. Il 17 giugno le truppe georgiane arrestano al confine osseto quattro militari di pace russi, con l’accusa di contrabbandare armi: sono liberati dopo nove ore d’interrogatorio. Nel frattempo, riprendono i voli di droni georgiani sull’Abchazija, anche se Tblisi smentisce. Il giorno seguente, due esplosioni si verificano lungo una ferrovia presso Suchumi, capitale dell’Abchazija: l’obiettivo secondo gl’inquirenti erano le truppe russe colà impiegate. Il 29 giugno si verificano due nuovi attentati dinamitardi, questa volta nella località costiera abkaza di Gagrij: sei persone restano ferite. Due giorni più tardi un’esplosione nel mercato di Suchumi lascia nuovi civili sul terreno. I ripetuti attentati convincono le autorità abkaze a chiudere le frontiere con la Georgia, ritenuta responsabile dell’offensiva terrorista. Il 4 luglio, durante la notte, la capitale osseta Tschinvali (che si trova sul confine con la Georgia) è brevemente presa di mira da tiri di mortaio (almeno quindici le bocche di fuoco, secondo i testimoni) georgiani: 3 persone perdono la vita ed altre 11 restano ferite. L’incidente è confermato sia dalle truppe di pace russe, sia dagli osservatori dell’OSCE, ma le autorità georgiane non forniscono alcune spiegazione; Mosca risponde definendo il fatto «un atto d’aperta aggressione», e pochi giorni dopo avvia esercitazioni militari nel Caucaso Settentrionale. Il presidente abkazo Sergej Bagapš sostiene d’essere entrato in possesso, grazie ai suoi servizi segreti, d’un piano d’invasione dell’Abchazija da parte della Georgia, che nel frattempo ha radunato 12.000 uomini sul confine, di cui 2.000 nelle sole Gole del Khodori. Il 7 luglio un nuovo attentato dinamitardo scuote l’Abchazija: quattro persone rimangono ferite nell’esplosione d’un caffé, e le autorità locali non hanno dubbi nel denunciare le forze di sicurezza georgiane come esecutrici dell’attacco. Il giorno seguente anche l’Ossezia del Sud denuncia velleità espansionistiche di Saakašvili: prova ne sarebbe il fatto che Tblisi ha cominciato l’evacuazione d’alcune centinaia di persone d’etnia georgiana abitanti in Ossezia del Sud. Il 9 luglio è la Georgia a denunciare un assalto ad un suo posto di frontiera con l’Abchazija, condotto da una decina di uomini armati ma senza vittime. La cosa curiosa è che il medesimo giorno gli Abkazi sostengono d’aver ricevuto un attacco, in tutto e per tutto identico, ad un loro posto di frontiera. Il fulcro dello scontro nella prima metà di luglio sembra orientarsi più verso l’Abchazija che l’Ossezia del Nord, ed il presidente abkazo Sergej Bagapš vola a Mosca per richiedere il sostegno russo; là incontra anche l’omologo sud-osseto, Eduard Kokojty. A visitare Tblisi è invece la segretaria di Stato nordamericana, Condoleeza Rice: l’alta rappresentante di Washington esprime pieno sostegno alla politica bellicista di Saakašvili, ammonendo il Cremlino di non provare a difendere la libertà di Abkazi ed Osseti. Il 10 luglio la Georgia richiama il proprio ambasciatore a Mosca, ufficialmente per «indignazione verso l’aggressiva politica russa». Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, prova a rilanciare il dialogo, ponendo però come base il ritiro delle truppe georgiane schierate in assetto da guerra nelle Gole di Khodori; la risposta di Tblisi è una ripetizione della solita retorica antirussa, la denuncia di una pretesa «aggressione» di Mosca e la chiusura ad ogni mediazione (Abchazija e Ossezia del Sud sono definite, senza mezzi termini né margini di trattativa, «parti inalienabili dello Stato georgiano»). All’offerta di Lavrov di tenere un incontro a Mosca, i Georgiani oppongono un netto rifiuto, preferendo impiegare il mese di luglio in esercitazioni militari comuni con truppe statunitensi, azerbaigiane ed ucraìne e fare approvare dal Parlamento un decreto presidenziale per l’aumento degli effettivi di 5.000 uomini, portando dunque le forze armate di Tblisi a quota 37.000 soldati. Il 16 luglio la LXXVI Divisione Aerotrasportata russa giunge nel Caucaso Settentrionale, ufficialmente per prendere parte alle esercitazioni militari che coinvolgono, nel complesso, 8.000 uomini, 700 veicoli da combattimento e 30 velivoli. Mentre il presidente Saakašvili rigetta l’idea d’un patto di non aggressione tra Georgia e Abchazija, proposto da Mosca, è Sùchumi a rifiutare il piano di mediazione tedesco, il quale avrebbe previsto una messa in discussione dello status d’indipendenza dell’Abchazija. La settimana successiva è un susseguirsi di nuovi incidenti tra la Georgia (sempre in ruolo attivo) e l’Ossezia del Sud: l’arresto di quattro cittadini osseti da parte della polizia georgiana; la violazione dello spazio aereo osseto da parte dell’aviazione di Tblisi; infine, il 29 luglio, truppe georgiane che aprono il fuoco su due villaggi osseti. Nella notte tra l’1 e il 2 agosto si verificano una serie di scontri a fuoco lungo il confine tra Georgia e Ossezia del Sud, con almeno 6 morti e 15 feriti da parte osseta e 10 feriti da parte georgiana (gli Osseti affermano invece che 29 soldati di Tblisi sarebbero morti negli scontri): è l’inizio del conflitto in corso, anche se in realtà vi sarebbe in mezzo una tregua formale tra le parti proclamata il 7 agosto. Ma poche ore dopo, i Georgiani la violeranno per sferrare la propria offensiva.
 
Prima di passare ad analizzare il conflitto nei particolari, possiamo leggere nel loro complesso la serie di fatti qui riportati schematicamente, i quali costituiscono il preludio alla guerra. Ciò che osserviamo è la palese concentrazione di truppe georgiane sul confine con Abchazija e Ossezia del Sud, accompagnate da ripetute provocazioni, che vanno dalla retorica bellicosa ai tiri di mortaio, fino a veri e propri atti terroristici (le bombe in Abchazija, che le autorità locali imputano a Tblisi). D’altro canto, la reazione è la mobilitazione delle forze indipendentiste nelle due regioni, nonché l’ammasso di truppe russe sia nel Caucaso Settentrionale sia in quello meridionale. A questo punto dobbiamo ritornare alle ipotesi formulate all’inizio del paragrafo a proposito delle finalità recondite della dirigenza georgiana. Se davvero il piano di Tblisi fosse quello d’impadronirsi di Abchazija e Ossezia del Sud con rapidi colpi di mano, anticipando la reazione russa, dovremmo concludere che ciò è stato preparato e condotto nel peggiore dei modi: i preparativi fin troppo evidenti e le continue provocazioni non potevano che allertare i nemici, i quali infatti si sono mostrati pronti a respingere l’offensiva georgiana quando questa è alfine scattata. La dinamica d’avvicinamento al conflitto fa pensare anche ad altre ipotesi. Ad esempio, Tblisi potrebbe aver cercato di provocare i Russi spingendoli ad attaccare per primi, per poi atteggiarsi a vittima ed incassare l’appoggio internazionale. Ciò in realtà non è riuscito appieno, poiché i Georgiani hanno dovuto sferrare il primo colpo, e solo grazie alla gigantesca ed efficiente macchina propagandistica gestita dagli USA sono riusciti a far pendere le opinioni pubbliche nordamericana ed europeo-occidentale a loro favore. Resta comunque il problema se davvero la diplomazia della NATO sia in grado di costringere i Russi ad evacuare Abchazija e Ossezia del Sud, lasciandole alla mercé di Tblisi. Quest’eventualità pare estremamente remota, se si considera che Mosca gode del diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Pressioni economiche potrebbero avere maggiore effetto, ma è difficile credere che il Cremlino potrà accettare una sistemazione che la penalizzi rispetto allo status quo ante d’un conflitto che sta vincendo nettamente. Si può ancora ipotizzare che Tblisi abbia sopravvalutato (almeno alla luce di quanto visto finora) le proprie capacità militari, credendo magari di poter travolgere le difese abkaze, ossete e russe; o quanto meno di poter indurre i Russi ad invadere il suo territorio e qui affrontarli con tecniche di guerriglia. Ma in quest’ultimo caso dovremmo concludere che il signor Saakašvili stia perseguendo interessi che divergono da quelli del paese di fronte al quale è responsabile.
 
Ad ogni modo, la netta impressione è che la situazione sia sfuggita di mano ai Georgiani. È probabile che non s’aspettassero una reazione così massiccia e decisa da parte dei Russi, che sperassero in una maggiore efficienza del proprio strumento militare ed in un intervento più incisivo e rapido della diplomazia atlantista (e, forse, pure in maggiore assistenza militare).
 
La guerra
Nei primi giorni d’agosto lungo il confine tra Georgia e Ossezia del Sud si verificano numerosi scontri a fuoco, mentre volontari russi cominciano ad affluire nella regione separatista. Dopo alcuni giorni di preparazione, con tiri di mortaio su Tschinvali ed i villaggi circostanti, la notte tra il 7 e l’8 agosto le truppe georgiane sferrano l’offensiva contro la capitale sud-osseta. Tschinvali, che si trova all’estremo limite meridionale dell’Ossezia, è posta a soli cinque chilometri dal confine georgiano, lungo la maggiore arteria stradale della regione che, dalla città georgiana di Gori, attraversa l’Ossezia Meridionale e conduce alla Galleria Rokskij, che si può considerare l’unico punto di collegamento con la Federazione Russa. L’assalto alla capitale osseta è condotta con fanteria e mezzi corazzati, mentre i Su-25 dell’aviazione georgiana bombardano il villaggio di Kvernet (ed un convoglio umanitario, a detta degli Osseti). L’avanzata georgiana raggiunge immediatamente una profondità di circa 10 chilometri lungo tre direttrici d’attacco: il confine orientale dell’Ossezia, il corridoio di Tschinvali a sud ed un saliente a ovest; l’impressione è quella d’una manovra a tenaglia. Nella capitale osseta, però, l’offensiva si arresta: le truppe indipendentiste resistono dando vita a furiosi combattimento casa per casa, durante i quali Tschinvali subisce numerosi danni con copiose vittime civili (nell’ordine delle migliaia): val la pena ricordare che gran parte degli abitanti dell’Ossezia del Sud sono cittadini russi. Ad andare in fiamme sono anche il Parlamento sud-osseto ed un paio di caserme della missione di pace russa: una decina di soldati russi rimangono uccisi, e da Pechino il primo ministro Vladimir Putin annuncia una «risposta». E la risposta russa è fulminea: mentre velivoli russi cominciano a bombardare la città di Gori, primo grande centro georgiano sulla via per Tschinvali (poco più di 30 chilometri la distanza tra le due città), unità della LVIII Armata (comprendenti un centinaio di carri armati ed artiglieria pesante) entrano in Ossezia del Sud: l’indomani anche il presidente Dmitrij Medvedev annuncia ufficialmente la controffensiva russa. Il 9 agosto le truppe georgiane sono già respinte da Tschinvali, che ha però subito enormi danni materiali e perdite umane, pur nella brevità dei combattimenti. Alcuni dei 35.000 profughi osseti che si rifugiano in Russia raccontano d’atrocità compiute dalle truppe georgiane: cecchini che aprono deliberatamente il fuoco su inermi, interi villaggi dati alle fiamme, bombardamenti su obiettivi civili, bambini schiacciati di proposito sotto i carri cingolati. Testimonianze che faranno affermare a Medvedev e Putin di trovarsi di fronte ad un tentativo di genocidio ai danni degli Osseti da parte dei Georgiani. Nel frattempo, la controffensiva russa s’allarga: truppe aerotrasportate sono paracadutate nei pressi di Tschinvali, portando a 10.000 il totale degli uomini impiegati nell’operazione, mentre l’aviazione comincia a martellare nuovi obiettivi, tra cui il principale è Poti, città portuale sul Mar Nero da cui la Georgia riceverebbe rifornimenti militari ucraìni. Le perdite dell’aviazione russa ammonterebbero a quattro velivoli, anche se i Georgiani rivendicano d’averne abbattuti venti. Velivoli statunitensi riportano in Georgia il contingente di 2.000 uomini che Tblisi aveva inviato in Iràq. Il giorno 10 agosto parte della Flotta del Mar Nero russa, incluso l’incrociatore Moskvà, salpata dalla base di Sebastopoli, arriva di fronte alle acque georgiane (solo una vedetta lanciamissili georgiana proverà a reagire, ma sarà affondata senza colpo ferire); i bombardamenti russi si sono nel frattempo estesi alle Gole del Khodori, favorendo un’offensiva dei miliziani abkazi contro le truppe georgiane colà ammassate in atteggiamento ostile. Il 12 agosto, dopo aver liberato l’Ossezia del Sud dai soldati georgiani (numerosi si sarebbero consegnati prigionieri ai Russi), Mosca annuncia d’aver esaurito la propria controffensiva, pur riservandosi d’intervenire nuovamente in caso di nuovi attacchi georgiani alla provincia separatista. Queste le parole di Dmitrij Medvedev: «Gli obiettivi dell’operazione sono stati conseguiti: le truppe di pace ed i civili sono nuovamente al sicuro. L’aggressore è stato punito ed ha subito dure perdite».
 
Allo stato attuale è impossibile prevedere se la tregua reggerà davvero. L’ipotesi più probabile è che in effetti si rispetti un cessate-il-fuoco – la Russia ha conseguito i suoi obiettivi, mentre la Georgia non ha il desiderio di continuare uno scontro che la vede in netta difficoltà – il quale però, come insegna la storia recente della regione, sarà costellato di tensioni, incidenti e provocazioni, in una situazione ancora all’insegna dell’incertezza e dell’instabilità. Non va dimenticato, infatti, che pur essendo Abchazija e Ossezia del Sud indipendenti di fatto, esse non sono riconosciute da alcuno Stato al mondo, neppure dalla Russia. Tuttavia, già Goergia e Russia si scambiano reciprocamente accuse di aver violato la tregua, mentre Mosca ha assunto una linea di netta intransigenza: il ministro degli esteri Lavrov ha escluso qualsiasi trattativa con Saakašvili ed anche il ritorno allo status quo ante, siccome ritiene improponibile che truppe georgiane, seppur di pace, rientrino in Ossezia del Sud dopo l’aggressione dei giorni precedenti sia ai civili osseti, sia ai colleghi russi.
 
Nell’attesa di sapere ciò che succederà, si può cominciare a tracciare un bilancio parziale di questo breve conflitto – o di questa prima parte d’un conflitto più lungo. Nel farlo, si dovrà tenere conto tanto dei fattori militari, quanto della valenza strategica degli eventi e del contesto diplomatico.
 
Le forze armate georgiane, alla vigilia della guerra, contavano poco più di 30.000 uomini, di cui due terzi inquadrati nell’Esercito. I carri armati a disposizione di Tblisi erano un paio di centinaia, tutti di produzione sovietica: 40 T-55 e 165 T-72. Il T-55 è un carro armato medio (35,4 tonnellate, 203 mm d’armatura massima, cannone da 100 mm), considerato il modello di maggior successo nella storia dei tanks, essendo ancora in uso in circa 65 paesi pur a distanza di sessant’anni dalla sua realizzazione; ma ha, per l’appunto, l’enorme limite d’essere stato creato nel 1948. Il T-72 è un modello più moderno, ma comunque entrato in servizio nel 1972. Rispetto al T-55 è più pesante (45 tonnellate), meglio corazzato (250 mm), dotato di maggiore potenza di fuoco (125 mm) ed anche più veloce e dotato di maggiore autonomia. Resta il fatto che una sola divisione di fanteria motorizzata russa sarebbe stata sufficiente a tenere testa all’intero esercito georgiano. Ecco perché, probabilmente, Tblisi dovrebbe aver concepito l’offensiva contro l’Ossezia del Sud come un blitzkrieg: occupare rapidamente Tschinvali – capitale nonché unica grande città della provincia – e l’arteria stradale che conduce fino alla Russia, e magari raggiungere e rendere inagibile la Galleria Rokskij prima della reazione di Mosca. Obiettivo non raggiunto, perché ancora prima dell’intervento russo, le sole forze ossete si sono rivelate sufficienti ad arginare l’offensiva georgiana. Ai Georgiani sono stati necessari un bombardamento preparatorio con BM-21 “Grad” (lanciarazzi mobili degli anni ’60 di produzione sovietica, ancora molto in voga per la loro efficienza) e due ondate successive di fanti e mezzi corazzati per penetrare in Tschinvali, e comunque la capitale osseta ha resistito abbastanza da permettere l’arrivo dei soccorritori russi. Gli obici D-30, i “Rapir” anti-carro da 100 mm, ma soprattutto i più semplici razzi teleguidati 9M113 “Konkurs”, in dotazione alla milizia osseta, sono stati sufficienti perché numerosi degli obsoleti carri armati georgiani lasciassero le proprie carcasse a fare da ornamento alle strade d’una città mezza distrutta dal furioso bombardamento preliminare. Del resto i “Konkurs”, benché disegnati negli anni ’60 ed entrati in servizio nel 1974, due anni fa erano stati utilizzati con successo pure dai miliziani di Hezbollah per affrontare i carri armati “Merkava” degli Israeliani. La forza aerea georgiana è risibile, ed infatti ha avuto un ruolo pressoché nullo nel conflitto: appena cinque Su-25 (aerei sovietici per il supporto a terra, prodotti a partire dal 1981) e 15 L-29 e L-39 (caccia cechi, prodotti rispettivamente negli anni ’60 e negli anni ’70 solo per l’addestramento dei piloti). Troppo poco anche per superare le armi anti-aeree dell’Ossezia del Sud. Inoltre, le truppe georgiane non sono affatto rinomate per il loro addestramento, a dispetto degli sforzi dei loro istruttori statunitensi (in veste ufficiale) ed israeliani (privati), e sono anzi considerate inferiori rispetto agli avversari osseti. I Georgiani avrebbero dunque cercato un rapido colpo di mano, incontrando però la resistenza degli Osseti e, soprattutto, una risposta sorprendentemente rapida dei Russi, che nel giro di poche ore hanno inviato mezzi corazzati e paracadutisti nei pressi di Tschinvali e cominciato a bombardare pesantemente gli snodi strategici della Georgia ed i concentramenti di truppe nemiche. In ciò, i preparativi troppo palesi da parte dei Georgiani e le loro ripetute provocazioni all’indirizzo di Osseti, Abkazi e Russi, si sono rivelati un clamoroso errore. Unica giustificazione per i dirigenti politici e militari georgiani è che la loro speranza fosse quella d’indurre gli avversari ad attaccare per primi. Anche se ciò non è avvenuto, l’obiettivo politico è stato in parte ottenuto: l’alleato statunitense, mobilitando il suo apparato propagandistico e le diplomazie alleate, è riuscito a diffondere l’idea che la Russia rappresenti l’aggressore e la Georgia la vittima; anche se l’iniziativa georgiana non è sfuggita a nessuno, e gli ambienti diplomatici europei hanno parlato di «risposta spoporzionata» di Mosca (la stessa espressione usata nel 2006 per condannare blandamente l’invasione israeliana del Libano). Non di meno, il diritto di veto della Russia in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha evitato a Mosca gravi ripercussioni. Alla luce dei fatti, la “vittoria diplomatica” georgiana sembra per ora appena abbozzata. Importante, però, è stato per loro coinvolgere la Federazione Russa come parte attiva e belligerante nella disputa legata alle due regioni separatiste, minandone così il ruolo di mediatrice che aveva finora ricoperto. Non a caso, l’Unione Europea ha immediatamente avallato l’idea che Mosca non possa più mediare nel Caucaso, bensì necessiti della mediazione di Bruxelles nella propria disputa con Tblisi. Starà dunque alla fermezza del Cremlino parare i possibili contraccolpi diplomatici del conflitto: la Russia, storicamente, è maestra nel vincere le guerre sul terreno per poi perderle al tavolo delle trattative.
 
Ritornando al piano puramente militare, resta il fatto che i Russi hanno cacciato dall’Ossezia del Sud le truppe georgiane ed hanno anzi pesantemente bombardato infrastrutture militari o d’interesse militare in Georgia. Gli obiettivi puramente militari sembrano perciò essere stati raggiunti con rapidità sorprendente e perdite contenute (il bilancio ufficiale, al momento, è di 18 morti e 152 feriti): l’offensiva georgiana è stata respinta oltre la linea di partenza iniziale (Tblisi ha perduto il contingente stanziato in Ossezia del Sud e, pare, anche la parte settentrionale delle Gole di Khodori), e la capacità georgiana di ripresentarsi all’offensiva è stata gravemente minata, forse annullata per mesi o persino anni. Le forze armate russe hanno mostrato una grande rapidità di decisione ai massimi vertici e di reazione alla base; unico neo, le perdite eccessive subite dall’aviazione: quattro velivoli contro un avversario modesto sono senz’altro troppi, anche se il dominio incontrastato dello spazio aereo è stato raggiunto in breve tempo. La controffensiva russa ha poi recato a Mosca alcuni vantaggi politici, anche se probabilmente una leggera dilazione alla chiusura delle operazioni avrebbe potuto massimizzarli.
 
Innanzi tutto, Saakašvili è stato destabilizzato. I Georgiani possono pure essere tutti convinti che i Russi siano gli aggressori (per loro l’Ossezia del Sud è territorio georgiano, e dunque quella russa è stata una violazione della loro sovranità), ma non ignorano di certo che la pretesa “aggressione” russa si sarebbe potuta evitare se il loro Presidente non avesse assunto decisioni rischiose al limite dell’azzardo. Saakašvili dovrà dunque convivere con la responsabilità d’aver scatenato un conflitto perduto rovinosamente, anche se egli cercherà di capitalizzare politicamente l’aurea di rappresentante della “patria aggredita”.
 
In secondo luogo, il prestigio degli USA – ed in subordine dell’UE – nella regione ha subito contraccolpi non trascurabili. I fatti di questi giorni hanno mostrato come nel Caucaso la bilancia della forza militare penda nettamente verso Mosca. Washington ha potuto rispondere all’offensiva russa con la propaganda, con le dichiarazioni infuocate, con la solidarietà a parole, e probabilmente lo farà pure con generosi donativi per la ricostruzione delle infrastrutture georgiane; ma gli USA non hanno potuto inviare un solo uomo a difendere l’alleato georgiano, a loro dire “aggredito”, ed il Cremlino ha terminato l’operazione solo una volta conseguiti i propri obiettivi. Certo la frettolosa chiusura delle operazioni da parte russa sarà sfruttata da Washington e Tblisi per far credere ch’essa sia dipesa dalle pressioni statunitensi, e così salvaguardare il prestigio della Casa Bianca nella regione.
 
Il terzo successo di Mosca sta nell’allontanamento dell’adesione alla NATO della Georgia. Se la Georgia fosse stata membro della NATO, a quest’ora l’Europa e gli USA avrebbero dovuto o impegnarsi nella terza guerra mondiale, o perdere la faccia di fronte al mondo. Motivo per cui l’ingresso della Georgia nella NATO è sempre stato condizionato alla risoluzione dei problemi abzako e osseto. Ora più che mai questi problemi sono gravi e le loro possibili conseguenze evidenti. Paradossalmente, il solo modo per Tblisi d’entrare nella NATO, oggi come oggi, sembrerebbe l’annessione di Abchazija e Ossezia del Sud da parte della Federazione Russa: come recita il proverbio, “via il dente via il dolore”. Forse è proprio per questo che Mosca continuerà a tergiversare, rimandando alle calende greche la risoluzione delle due questioni.
 
 
*Redattore di “Eurasia, rivista di studi geopolitici”

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